ENCICLOPEDIA TASCABILE, IL SAPERE.
ADRIANO GUERRA.
LA RUSSIA POSTCOMUNISTA.

APPENDICE A CURA DI MARESA MURA.
Prima edizione giugno 1995.
Tascabili economici Newton.
ISBN 88-7983-973-X. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
Nata trale macerie dell'Urss in uno scenario dominato da una crisi economico-sociale di sconvolgente acutezza, da spinte disgregatrici e da conflitti interetnici che ne mettono in discussione di continuo l'integrit territoriale, la Russia - che in ogni caso  e rimane la seconda potenza nucleare del mondo - rappresenta certamente uno dei grandi enigmi di questa fine secolo. Diventer uno stato democratico nel quale i russi e gli altri cento popoli che la abitano potranno vivere pacificamente  o finir per prevalere ancora una volta l'antica vocazione imperiale?
Non c' dubbio che nel nuovo secolo le risposte che saranno date a molti problemi - quelli riguardanti la pace e la sicurezza dei popoli anzitutto - dipenderanno anche da quel che avverr nel continente Russia.
 Il libro vuole essere una ricostruzione degli eventi che hanno portato alla crisi della perestrojka di Gorbacev e alla nascita del nuovo Stato e insieme una ricerca, all'interno del confuso agitarsi di tante forze vecchie e nuove, di tutto ci che forse sta contribuendo a preparare anche il nostro futuro.   

L'AUTORE.
ADRIANO GUERRA  giornalista e storico dell'Urss-Russia e del socialismo sovietico. Editorialista del l'UNITA', ha scritto tra l'altro: Gli anni del Cominform, Milano 1977; Dopo Breznev, Roma 1982; Il giorno che Chruscev parl, Roma 1986; La politica estera della Russia. Problemi e ipotesi, Roma 1994.  


Avvertenza.

 Per la translitterazione dei nomi russi si  adottato qui il sistema cosiddetto internazionale che, a differenza di quello fonetico usato dalla stampa quotidiana, utilizza per ogni lettera del cirillico un unico segno.
Cos il lettore trover Chruscev, Gorbacev, El'cin e non Krusciov, Gor-
baciov, Eltsin, ecc. Nelle note bibliografiche  stata mantenuta invece la grafia adottata dai singoli autori citati.

LA RUSSIA POSTCOMUNISTA.

1. Dalle rovine dell'URSS.

 La Russia  nata, o meglio rinata per la sesta volta, come dicono
la storia e la leggenda, nel crollo e col crollo - avvenuto attraverso una serie di implosioni - dell'uRSS. Momento di avvio  stata la
solenne proclamazione dell'indipendenza fatta dal Parlamento
di quella che era ancora una Repubblica federata all'Unione sovietica, il 12 giugno 1990 quando gi, al di l delle sue frontiere,
praticamente tutte le altre Repubbliche dell'uRss avevano una
dopo l'altra proclamato la loro decisione di trasformarsi in Stati
sovrani. Bisogner attendere per il 25 dicembre 1991 per vedere il vecchio stendardo russo sostituire sulla torre pi alta, mentre Gorbacev, ultimo Presidente dell'URSS, lasciava definitivamente il Kremlino, la bandiera rossa di Lenin appena ammainata. E bisogner attendere sino al 17 aprile 1992 perch il nuovo Stato potesse avere un nome, un doppio nome anzi (unico caso al mondo), Russia e, insieme, Federazione russa, a testimonianza di una antica, mai risolta, questione di identit. Perch
quella che noi conosciamo come Russia - un Paese all'interno
del quale vivono, dalle rive del Baltico al Mar del Giappone, pi
di cento piccoli e grandi popoli - non  rinata, n poteva rinascere, come Stato dei russi. Allo stesso modo, venendo alla luce
dal crollo di un impero che a Mosca aveva avuto la sua capitale,
neppure poteva pi (cos almeno si pensava allora) proporsi di
tornare ancora ad essere, seppure sotto forme nuove, impero,
o meglio impero dei russi. Le rivoluzioni del 1989-1991 non
erano state infatti soltanto, come  stato detto, democratiche e
nazionali: erano state anche, e in qualche caso soprattutto, antirusse. Lo si vide chiaramente in quel che avvenne non solo nelle
Repubbliche baltiche ma anche nella Moldavia e persino nell'amico Kazakistan, ove migliaia di cittadini di origine russa
vennero invitati a lasciare il Paese pena, in pi di un caso, essere
pesantemente discriminati. Cos questa sesta Russia - che coi
suoi 17 milioni di kmq di territorio e coi suoi 150 milioni di abitanti,  uno dei pi grandi Stati della terra - continua ad essere
un Paese del tutto imprevedibile. Guardare alle sue vicende di
oggi e di ieri come ad un momento della storia del mondo comparandole con quelle di altri paesi, non porta a risultati soddisfacenti.
 Vale una ipotesi ma vale anche quella contraria. La Russia 
oggi quel che l'Europa  stata ieri aveva scritto TH. Masarik negli anni Venti, e l'affermazione era rintracciabile in quei tempi
in tutti gli scritti dedicati alla questione dei cosiddetti ritardi
della Russia (colpevole come la Spagna, secondo un'opinione
assai radicata, di aver battuto Napoleone, e tagliata fuori per
questo dalle ondate delle rivoluzioni borghesi e poi dalla prima
rivoluzione industriale, e cio dal mondo moderno). Ma mentre
Masarik scriveva quelle parole a Praga c'era chi parlava di Mosca
come della inevitabile Terza Roma, destinata, come aveva
predetto Herzen, a rigenerare l'umanit insieme a se stessa. E
poi, dopo la rivoluzione del 1917, e non solo a Mosca, c'era chi
parlava della Russia come del futuro dell'umanit, per cui rovesciando la formula di Masarik si diceva che il mondo di domani sar quel che la Russia  oggi. Ma che cos', visto da Mosca, il presente, il passato e il futuro? A differenza di tutti gli altri Stati, la Russia - ha scritto Michail Gefter - ha una storia orizzontale, non verticale per cui tutti i periodi sono presenti allo stesso modo, al di fuori di ogni cronologia, e non si sa pi se la cristianizzazione sia avvenuta prima o dopo la Rivoluzione d'Ottobre, n chi dei due, Stalin o Ivan il Terribile, sia venuto prima dell'altro.
 Una ipotesi, una realt e il suo contrario, dunque, e contemporaneamente. I soldati che continuano in questi primi mesi del
1995 a montare la guardia davanti al Mausoleo di Lenin e le folle
che si raccolgono ogni volta che si presenta sulla scena qualcuno
che proclama di essere un erede dello zar. I russi che pensano
che il destino dei popoli del Nord e di quelli caucasici non possa
essere che quello di ubbidire a Mosca e i russi di vaste aree del
Nord, degli Urali e della Siberia che, per diminuire il potere di
Mosca, si spingono sino a rimettere in piedi antiche forme di potere locale, in qualche caso di tipo feudale. La Russia grande potenza dai piedi di argilla e prigione dei popoli, avevano detto
in molti. E oggi la Russia, in grado col suo arsenale atomico di distruggere il mondo intero,  per in difficolt - lo si  visto nei
giorni della guerra cecena del dicembre 1994 - a salvaguardare la sua integrit territoriale dalle spinte centrifughe che la agitano ed  costretta ad elemosinare, oltrech prestiti e contratti, anche aiuti.
 La Russia paese allo sbando, con un'economia a rotoli, i confini
incerti, i suoi generali che qui e l conducono piccole e grandi
guerre private, le assemblee elettive che proclamano l'indipendenza da Mosca di questa o quella regione, e dal quale giungono ogni giorno notizie terribili, spesso agghiaccianti (di carne umana venduta al mercato, di fabbriche d'armi enormi ove migliaia di operai continuano a lavorare senza salario nell'attesa che da qualche parte arrivi una commessa, di bande di bambini che assalgono i turisti, di partite d'uranio provenienti dalle basi - si dice - pi custodite ma sulle quali gruppi mafiosi possono facilmente mettere le mani...). Ma anche - insieme, seppure tra difficolt e preoccupanti cadute involutive - paese dove  possibile fondare un partito politico, scegliere alle elezioni fra pi liste, pubblicare, e leggere, un giornale non sottoposto alla censura, chiedere e ottenere un passaporto e un visto per l'estero.
 Che cos' e dove va insomma la Russia? Occorrer almeno un
secolo - ha scritto il premio Nobel Josjf Brodskij - prch il paese possa riprendere un tenore di vita accettabile. Adesso siamo
di fronte al crollo di tutte le discipline e di tutti i legami sociali e tutto questo determina pericoli gravi. La Russia sar sempre pi
colonizzata, territorio di razzia delle grandi imprese occidentali.

 La previsione di Brodskij sembrava trovare conferma gi nelle
prime immagini che Mosca due anni dopo la nascita dello Stato
russo, a partire cio dal dicembre 1993, rivelava al visitatore: interi quartieri della citt, e in essi anche alcune delle strade pi famose, trasformati in un immenso mercato, una sorta di permanente Fiera universale ove si poteva trovare merce di ogni tipo
- dall'acqua minerale italiana, alla birra scozzese, ai flaconi di vitamine americane, ai telefonini giapponesi, agli ultimi modelli di
computer portatili - con la sola eccezione per di prodotti fabbricati in Russia. Una citt, un Paese di mercanti e di banchieri
dunque che importava ormai persino la vodka. Ma pu vivere un
Paese che non produce? Pu nascere una imprenditorialit attraverso soltanto lo scambio delle merci? Pu vivere uno Stato
investito da processi disgregativi e insieme da spinte espansionistiche tanto gravi e vaste che ne mettono in discussione la natura
il territorio, la missione storica, il ruolo nel mondo?

2. I congiurati di Minsk.

 C' chi sostiene che la nuova Russia non sarebbe altro che il risultato di una congiura ordita nel pi stretto segreto allo scopo di
liquidare l'Unione sovietica di Gorbacev, e di fatto, se si va a vedere come sono andate le cose, almeno apparentemente, gli elementi della congiura sembrano tutti presenti. Ci sono i congiurati: i
Presidenti delle Repubbliche (sino a quel momento ancora sovietiche) della Russia, dell'Ucraina e della Bielorussia (El'cin,
Kravcuk, Suskevic); c' il luogo deputato per ordire i complotti: una radura in mezzo ad un folto bosco nella zona di Minsk, capitale della Bielorussia, e cio ben lontano da Mosca; c', sicura
e tranquilla nel suo castello inaccessibile, la vittima predestinata:
il Presidente Gorbacev, signore - seppure ormai contestato da
tutte le parti - del Kremlino. E c' infine, lontano, lo straniero che
muove le fila. (Da Minsk - ha detto Gorbacev in un'intervista -
mi ha telefonato il Presidente bielorusso Suskevic per dirmi che
Bush era subito stato avvertito circa l'avvenuta firma dell'accordo. Non  vergognoso il fatto che il Presidente dell'uRss sia stato
messo al corrente della cosa solo dopo?).
 La tesi della congiura di Minsk  stata avanzata con molta
convinzione da Andrej S. Gracev che era allora uno dei portavoce di Gorbacev e - si veda ad esempio quel che ha scritto sulla vicenda Giulietto Chiesa - ha avuto una certa fortuna (anche se
non  stata fatta propria dall'ex Presidente dell'uRss che si  limitato a definire l'iniziativa dei tre Presidenti un atto anticostituzionale). Di fatto El'cin, Kravcuk e Suskevic, incontratisi a Minsk l'8 dicembre 1991 (ma un incontro sulla questione, posta
anche da Gorbacev, della trasformazione dell'uRss in una comunit di Stati indipendenti, fra i rappresentanti delle tre Repubbliche nonch del Kazakistan aveva avuto luogo, sempre a Minsk, gi nel dicembre dell'anno precedente) senza avvertire Gorbacev, hanno sottoscritto un documento che, nel suo primo paragrafo, cos proclamava: Noi, Repubblica di Bielorussia, Federazione Russa (RSFSR) ed Ucraina, Stati fondatori dell'uRss, firmatari del Trattato dell'Unione del 1922... constatiamo che l'URSS quale soggetto del diritto internazionale e quale realt geopolitica cessa di esistere.
 Il clamoroso annuncio, col quale veniva di fatto decretata la
scomparsa dalla scena della seconda potenza del mondo, suscit
interesse ed emozione in tutte le capitali, ma nell'immenso continente sovietico almeno apparentemente non si mosse nulla.
Non si mosse il PCUS, il partito unico di Stato - ad un tempo governo, parlamento e Chiesa - le cui decisioni non potevano essere messe in discussione da nessuno. Non si mosse l'Armata rossa,
che per difendere il Paese - il suo regime, la sua integrit territoriale - aveva pur saputo battere Hitler. Non si mosse il Soviet supremo. E questo perch, evidentemente, il documento di Minsk
non era in realt che un atto notarile, una presa d'atto di eventi
che erano gi avvenuti. Otto delle quindici Repubbliche che concorrevano a formare l'URSS- e tra esse, la pi grande e la pi importante dopo la Russia, l'Ucraina che il primo dicembre 1991 si
era pronunciata con un referendum popolare per l'indipendenza
- avevano rifiutato di aderire alla nuova Unione proposta da
Gorbacev perch ancora troppo basata, a loro parere, sul potere
centrale (Centro forte, Repubblica forte, era la parola d'ordine di Gorbacev per il quale in ogni caso i Parlamenti e le Costituzioni repubblicane avrebbero dovuto rimanere subordinate a
quella dell'Unione). La fuga dall'uRSS era cos in pieno corso:
nell'agosto e nel settembre si proclamarono indipendenti l'Estonia, la Lettonia, l'Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia, l'Azerbaigian, la Kirghisia, l'Uzbekistan e il Tagikistan mentre la Georgia
e la Lituania erano gi indipendenti rispettivamente dall'aprile
1990 e dal marzo 1991. L'uRss insomma nel dicembre 1991 non
c'era pi da tempo. La macchina si era fermata, il potere centrale
aveva perso quasi ogni possibilit di intervento e di controllo, i
vecchi e nuovi poteri periferici erano costretti dal canto loro, volenti o nolenti, ad operare, per vivere, col massimo di autonomia.
Non c'erano pi, e da tempo, organismi di tipo sovietico funzionanti. Non a caso del resto nell'agosto precedente, quando un
pugno di uomini (Gennadij Janaev, vice Presidente dell'uRss,
Oleg Baclanov, vice Presidente del Consiglio di difesa, Vladimir
Kuckov, capo del KGB, Boris Pugo, ministro dell'Interno, Dmitrij Jazov, ministro della Difesa), tutti ben piazzati ai posti di comando, tent di attuare contro Gorbacev, che si trovava insieme alla famiglia per riposo a Foros sulle rive del mar Nero, un colpo di Stato allo scopo non soltanto di estromettere dal potere l'uomo della perestrojka ma di bloccare le riforme in cantiere (e tra queste in particolare quella che riguardava l'allargamento degli spazi di autonomia e di sovranit riconosciuti alle varie repubbliche) ad organizzare la lotta che in pochi giorni doveva portare alla sconfitta dei golpisti non furono le istituzioni e le organizzazioni sovietiche (il PCUS, la polizia politica, L'Armata rossa, il Soviet supremo). Quando non si schierarono apertamente coi golpisti (come ad esempio fecero tutti i membri del governo con la sola eccezione del ministro della Cultura) tutte le strutture sovietiche assunsero infatti una posizione di attesa.
A muoversi furono soltanto le istituzioni russe e moscovite che
raccolsero l'appello lanciato dal Presidente della Repubblica
russa Boris El'cin perch i democratici accorressero in difesa
della Casa Bianca, sede del Parlamento russo. Se dunque qualche mese dopo, nella notte del 25 dicembre 1991, Mosca diventava per la prima volta soltanto la capitale dello Stato russo non era certo perch tre uomini avevano cos deciso incontrandosi una sera in un bosco della Bielorussia.
 La verit era che stava crollando - e non per un attacco dall'esterno ma per un seguito di implosioni interne - uno dei grandi protagonisti della storia del Ventesimo secolo, un sistema economico,
sociale e politico - quello del socialismo sovietico - al quale milioni di uomini in tutti i continenti avevano guardato con paura o
con speranza. E, insieme alle strutture del socialismo sovietico
crollava un grande impero, l'ultimo rimasto sulla terra, che era
diventato una delle strutture portanti del sistema internazionale.
(E da qui la straordinaria dimensione internazionale del crollo:
con l'URSS finiva l'ordine bipolare e cio il sistema sul quale il
mondo si era retto dalla fine della seconda guerra mondiale.)
 La Russia  nata,  rinata, da questo crollo, tra le macerie di un
impero che, come si  detto, era - e questo lo aveva caratterizzato rispetto a tutti gli altri imperi della storia - un compiuto sistema economico, politico e sociale all'interno del quale, dal centro
alle pi lontane periferie, vigevano lo stesso ordine e le stesse
leggi. Ed  a queste macerie, e a quel che di vecchio e di nuovo si
muove tra di esse, che occorre anzitutto pensare quando si cercano le ragioni che hanno reso tanto difficili e incerti i primi anni
del nuovo Stato.

3. Il nazionalismo russo.

 Da quel che si  detto facendo discendere nel modo pi diretto
la nascita della Russia dal crollo dell'uRss, e di un'URSS che era
di fatto costruita sul ruolo particolare di Mosca e del popolo
russo (fratello maggiore di tutti i popoli dell'uRsS, come recitava la formula di Breznev) potrebbe sembrare che il nuovo Stato sia nato soltanto come risultato del maturare e dell'esplodere,
al di l delle sue frontiere, di una serie di rivoluzioni antirusse.
L'affermazione contiene indubbiamente molti elementi di verit: basti pensare alle manifestazioni del 1986 di Alma Ata, capitale del Kazakistan, che hanno aperto il processo di disgregazione dello Stato unitario, e poi alle battaglie per l'indipendenza
che, dai Paesi baltici, si sono rapidamente estese all'Ucraina, alla
Bielorussia, alla Georgia. Di fatto in pressoch tutte le Repubbliche dell'uRss sono stati i Soviet locali, gi negli anni di Gorbacev, a rivendicare, e in molti casi a proclamare, l'indipendenza
e, se questo  avvenuto,  certamente perch la tutela russa
(che si manifestava in molti modi: imponendo a tutti la lingua, la
cultura e la storia russa in primo luogo, ma anche attraverso la
presenza al vertice del potere, seppure formalmente coll'incarico di semplice vice segretario del partito comunista repubblicano, di un quadro sempre di origine russa e dotato di poteri particolari perch collegato personalmente con Mosca) era diventata
a poco a poco insopportabile. E poi anche vero che, e per molte
ragioni,  soprattutto in Russia che  possibile trovare (e non si
tratta soltanto di nostalgici dell'impero zarista o dell'uRss di Stalin e di Breznev) uomini e forze politiche che continuano ad auspicare un ritorno sotto varie forme ad uno Stato unitario plurinazionale. Si sbaglierebbe tuttavia a non vedere o a sottovalutare
che al crollo dell'uRSS si  giunti anche perch cos hanno voluto,
e nella loro maggioranza, i russi. Quando si parla del nazionalismo russo e grande russo occorre distinguere il nazionalismo
imperiale, e cio annessionistico, di coloro che oggi pensano,
con Vladimir Zirinovskij, il vincitore delle elezioni del dicembre
1993, che i confini della Russia debbano coincidere con quelli
dell'uRss, da quello costruito strettamente su basi etniche di chi,
per contro, pensa che i russi debbano, prima di tutto, diventare
Stato entro i confini nazionali, cessando di essere impero e abbandonando al loro destino usbeki e georgiani, lituani e tagiki. A
spingere verso il crollo c'era anche cio un nazionalismo democratico pur se dominante era la spinta imperiale. N si deve dimenticare che tra i nazionalisti etnici circolava e circola l'antisemitismo pi greve (per cui la Rivoluzione d'Ottobre - vista come un peccato originale - non sarebbe stata voluta ed attuata che da un pugno di ebrei). 
Del resto anche molti di coloro che rifiutano l'idea che la Russia debba tornare all'antica dimensione imperiale pensano per che compito prioritario dello Stato dovrebbe essere quello di battersi per i 25 milioni di russi che vivono al di l dei confini dello Stato (soprattutto nel Kazakistan e nell'Ucraina). Ma dove collocare invece Solzenicyn secondo il quale la Russia, rinunciando ad ogni vocazione imperiale dovrebbe anzitutto riconoscere il diritto all'autodeterminazione a tutti i popoli che hanno fatto parte dell'impero zarista e dell'Unione sovietica per poi, semmai, unirsi alle altre due nazioni slave (e cio all'Ucraina e alla Bielorussia) per dar vita con esse ad una libera confederazione?
 Quel che caratterizza questo nazionalismo non imperialistico
ed annessionistico, ma - si pensi ancora a Solzenicyn - non sempre necessariamente democratico, sta nel fatto che in primo piano esso colloca il problema della definizione e della formazione
di quello spirito nazionale russo che la vocazione imperiale
degli anni degli zar, e poi di Stalin e di Breznev, avrebbe profondamente umiliato. Ma su questa questione, che  poi quella della
identit nazionale della Russia, si torner pi avanti. Qui ci limiteremo a ricordare che c' una Russia che ha sempre vissuto
come una tragedia il fatto di essere stata lungo l'intera storia,
impero e mai Stato nazionale. Qualunque russo che capiti
nelle repubbliche baltiche, caucasiche o asiatiche - si poteva leggere in un documento del 1988 di "Pamjat" un'organizzazione
nazionalista e ferocemente antisemita nata col consenso del PCUS
e in parte persino al suo intemo - sente subito di essere disprezzato dall'abitante locale. Il russo vede subito come l si viva meglio e con pi abbondanza e con stupore si domanda: come e quando tutto questo  avvenuto? Perch la Russia, un tempo ricca e vitale, si trascina adesso non solo in coda ai popoli del mondo, ma anche a quelli dell'Unione sovietica? La risposta  nota:
le terre periferiche da lunghi decenni godono di franchigie, privilegi e finanziamenti di cui la Russia  stata consapevolmente privata e che vengono concessi soprattutto a sue spese. E ancora:
E davvero inutile ricordare che non molto tempo fa la nostra
patria si chiamava Russia?7.
 Le affermazioni contenute nel documento vanno prese naturalmente con molta cautela. Esse - a parte ogni altra considerazio'ne sul problema della lingua, della storia e della cultura nazionale dei vari popoli soggetti alla Russia, ecc. - dimenticano che se 
vero che, e per molte e antiche ragioni, nei Paesi baltici integrati
nell'uRss soltanto dopo il secondo conflitto mondiale si  sempre vissuto meglio che in Russia (e non si vede perch le cose
avrebbero dovuto mutare nel momento in cui l'Estonia, la Lettonia e la Lituania, erano diventati i punti pi avanzati - per quel
che riguarda lo sviluppo tecnologico, la concentrazione industriale e lo sviluppo dell'agricoltura intensiva - dell'intero paese), diversamente si presentavano le cose nelle altre Repubbliche, specie in quelle costrette dalle leggi dell'economia pianificata e cio dai diktat provenienti da Mosca, a puntare sulla monocoltura (come  accaduto alla Repubbliche dell'Asia centrale alle quali  stata imposta la produzione del cotone) o a fornire a prezzi politici petrolio, elettricit e gas nonch materie prime soprattutto alla Russia. Tuttavia quello sovietico non era un impero come gli altri ed  sicuramente vero che non solo i tassi di sviluppo dell'industria ma anche i dati riguardanti la vita quotidiana (scuola, sanit, servizi) vedevano spesso nelle prime posizioni repubbliche non russe e, all'interno della Russia e in pi di un caso, le minoranze nazionali rispetto ai russi. (Per quel che riguarda la percentuale di persone con istruzione superiore - si pu cos leggere nell"'appello" gi segnalato - i russi risultano essere all'interno della RSFSR al sedicesimo posto tra gli abitanti delle citt e al quindicesimo posto tra quelli della campagna, superati persino -
si diceva pi oltre trasformando in fattore negativo quello che, e
certo non senza ragione, era stato considerato in precedenza uno
dei principali successi del sistema sovietico - dai buriati, e cio da
popolazioni fino a qualche tempo fa prive di scrittura.)
 Ma quel che soprattutto preoccupava coloro che piangevano
per le sorti del popolo russo spingendosi talvolta sino a parlare di
declino inarrestabile e persino di graduale estinzione, era il
diverso andamento degli indici demografici nella Russia e nelle
altre repubbliche europee dell'uRsS, rispetto a quelle dell'Asia
sovietica. Se nel 1940 il 59,9% di tutti i bambini veniva alla luce in
Russia, la percentuale nel 1985 era scesa al 44,2% e tutto stava
ad indicare che ci si trovava di fronte ad un processo di carattere
irreversibile. Nella sua opera, per molti aspetti profetica, L'Empire clat del 1978, Hlne Carrre d'Encausse, esaminando sulla base del censimento del 1970 il prevedibile andamento demografico sino al 2000, parlava di una vera e propria rivoluzione demografica in atto: mentre infatti le popolazioni della Russia e delle altre Repubbliche europee dell'uRss avrebbero avuto soltanto all'inizio del nuovo secolo un lievissimo aumento, nelle Repubbliche dell'Asia centrale la popolazione si sarebbe di fatto triplicata. (Non  forse male ricordare che i dati resi noti nel gennaio 1995 da una speciale commissione governativa - si veda l'articolo di Andrej Lablokov su Rossiskie Vesti del 14 gennaio 1995 - hanno confermato per la Russia le previsioni avanzate dalla Carrre d'Encausse: basti dire che il tasso di mortalit del 1994  risultato essere superiore dell'8% di quello dell'anno precedente, che nello stesso anno per ogni 100 nascite vi sono stati 170 decessi mentre la durata media della vita  scesa per gli uomini a 58 anni, e cio ai livelli dell'India e dell'Egitto.)
 I dati sul diverso andamento demografico della Russia rispetto
alle altre Repubbliche - per tornare alla situazione degli anni
Settanta - venivano utilizzati dapprima all'interno del PCUS (ove
si metteva anche in rilievo come quella russa fosse l'unica Repubblica sovietica a non avere un proprio Partito comunista, una
propria capitale, giacch Mosca non aveva lo status di capitale
della RSFSR, e una propria Accademia delle scienze) e poi, con la
perestrojka, dai movimenti nazionalistici pi estremisti, per forsennate campagne sciovinistiche caratterizzate anche - come si 
detto - da toni violentemente antisemiti. Ma questi dati creavano allarme anche presso le forze e i gruppi moderati e democratici nonch tra non pochi intellettuali che - si pensi non soltanto
a Solzenicyn e agli scrittori della cosiddetta letteratura contadina (Belov, Rasputin, Bondarev) ma anche a quelli, non certo
classificabili come conservatori, che si raccoglievano attorno alla
rivista No Mir - si battevano per il recupero e la difesa non soltanto della terra russa (spesso contaminata da una industrializzazione selvaggia), ma anche del patrimonio culturale russo nel suo complesso e soprattutto nelle parti ignorate o emarginate dalla cultura ufficiale.
 A livello politico dapprima all'interno del PCUS, come segretario delle organizzazioni del partito di Mosca e come protagonista
di dure battaglie nel Comitato centrale, e poi, dopo lo scontro
con Gorbacev e la sua elezione a Presidente della Russia, al di l
delle fila del partito,  toccato a Boris El'cin raccogliere e dare
obiettivi concreti e realistici alla richiesta che veniva da aree
sempre pi vaste perch, sciogliendo uno Stato unitario che esisteva sempre pi ormai soltanto sulla carta e riconoscendo nel
modo pi esplicito il diritto delle altre Repubbliche dell'URSS
(ma anche, all'interno della Russia a tutti i popoli che la abitavano e alle varie realt locali, anche russe, come nella Siberia) a
scegliere la strada dell'indipendenza da Mosca, prendesse vita,
di fatto per la prima volta nella storia, uno Stato dei russi.

 4. Perch Boris El'cin.

 Ma chi era e da dove veniva l'uomo che doveva diventare il fondatore dello Stato russo? Prima di giungere a Mosca, chiamatovi
da Gorbacev per dirigere le organizzazioni del PCUS della capitale, Boris El'cin (che era nato il primo febbraio 1931 in un piccolo
villaggio, Butka, degli Urali) era stato dal 1976 in poi alla testa
dei comunisti della regione di Sverdlovsk, ora Ekaterinburg, ed
era noto per il modo non burocratico col quale aveva affrontato
i problemi, anche i pi spinosi, di un'area assai vasta e importante perch in essa erano concentrate alcune delle pi importanti
fabbriche del complesso militare-industriale sovietico. Per questo, e per l'entusiasmo col quale aveva accolto la perestrojka, era
stato scelto da Gorbacev nel momento in cui si trattava non soltanto di sostituire a Mosca un dirigente, Viktor Grisin, responsabile di una gestione particolarmente fallimentare, ma di fare i
conti con una situazione dominata dalla presenza nella capitale
di una burocrazia di partito non soltanto fortemente attestata in
difesa delle posizioni di potere acquisite e dei suoi privilegi di casta, ma strettamente intrecciata alle organizzazioni mafiose. (Sin
dagli anni di Breznev una vera e propria mafia aveva sotto il suo
controllo molta parte della vita della capitale, e in primo luogo le
reti della distribuzione commerciale, legali e non). Quella prima
battaglia di Mosca - che El'cin, membro supplente dell'Ufficio politico condusse parallelamente a quella contro i conservatori del Comitato centrale e in particolare contro il loro esponente pi importante, Egor Ligacev - si concluse allora con una pesante sconfitta e fu lo stesso Gorbacev a imporre a El'cin, davanti all'assemblea dei quadri che avevano chiesto a gran voce l'allontanamento di quest'ultimo, una umiliante autocritica. E stato in quell'occasione - nel novembre 1987 - che fra i due dirigenti  maturata quella rottura che tante gravi conseguenze doveva poi avere sulle vicende della crisi ultima e poi sulla fine dell'URSS, soprattutto quando, dopo la trionfale elezione di El'cin alla testa della Federazione russa, prese l'aspetto della lotta fra due Presidenti.
 Sui primi episodi dello scontro quel che hanno detto i due protagonisti attraverso scritti, interviste e dichiarazioni, per quanto
insufficiente, fornisce per qualche preziosa indicazione sia sulla
natura del contrasto sia sulla personalit dei due dirigenti.
 Durante un incontro che ha avuto luogo a Mosca nel marzo
1988, e cio non molto dopo la prima rottura fra il segretario generale del PCUS e il dirigente dei comunisti di Mosca, con una delegazione di comunisti italiani, Gorbacev ha parlato di El'cin
come di un uomo ricco di grandi qualit umane, pieno di slanci,
sempre pronto ad affrontare i problemi con impeto, e per questo
divenuto subito straordinariamente popolare, ma contemporaneamente portato a perdere il controllo (il suo discorso contro
Ligacev fu concitato e un po' penoso) e, ancora, fragile, portato a cadere in stati di avvilimento e di depressione in particolare
quando si accorgeva che le difficolt da superare erano di gran
lunga superiori a quelle che aveva previsto.
 La diagnosi di Gorbacev ha indubbiamente trovato non poche
conferme nei comportamenti successivi di El'cin, oltrech nelle
VOCI e nelle ipotesi suscitate dalle sue non infrequenti assenze
(dovute, e stato detto, a poco chiare ragioni di salute, all'abuso di
alcoolici, a crisi di stanchezza) e aiuta certamente a capire alcune
delle ragioni che hanno portato alla crisi delle relazioni fra due
dirigenti che in precedenza erano uniti anche da rapporti amichevoli. Non coglie per il dato essenziale: che cio si  giunti
alla rottura fra i due quando El'cin ha incominciato a pensare, a
differenza di Gorbacev, che per portare avanti la perestrojka occorresse non gi andare a patti ma battere all'interno del partito
i conservatori, o meglio ancora guardare al PCUS non come al
protagonista della battaglia per il rinnovamento, ma - al contrario - come ad un ostacolo da rimuovere. In verit neppure El'cin
- portato a porre in secondo piano molti aspetti del suo passato
di comunista -  di molto aiuto nei suoi scritti per capire come sia
a in ui idea che occorresse andare al di l della perestrojka
di Gorbacev. Cos dando conto nel Diario del Presidente delle sue
divagazioni notturne sul passato preferisce indugiare sulle angherie subite dalla sua famiglia negli anni della collettivizzazione
orzata e pOI delle repressioni (quando suo padre venne condannato insieme al fratello a tre anni di campo di lavoro per aver manifestato sentimenti ostili verso il potere sovietico) piuttosto
che sulla sua esperienza di comunista rinnovatore
 In verit - e a metterlo in rilievo  stato uno studioso italiano
del futuro capo dello Stato russo quello della riforma dapprima all'interno del partito  si  battuto di fatto con coraggio seppure con cadute nel populismo e nella demagogia (andare al mattino nei negozi e nei mercati per controllare di persona che la distribuzione delle merci avvenisse nel modo pi regolare, le furiose polemiche contro i privilegi di cui godeva la burocrazia, privilegi ai quali - in parte - egli dichiarava spettacolarmente di rinunciare) perch il partito diventasse strumento di rinnovamento antiburocratico e aveva per questa strada raccolto, insieme alle rabbiose proteste di molti quadri, consensi straordinariamente ampi fra la popolazione. Successivamente
El'cin si rese conto che a bloccare la perestrojka era proprio il
vecchio partito di Stato. Sono state fatte molte promesse - disse
parlando al Comitato cittadino del partito nell'agosto 1987 - ma
al momento i risultati sono piuttosto scarsi... Non siamo di fronte
ad un immaginario nemico della perestrojka a cui dare la colpa
per i ritardi nel processo di rinnovamento, per il nostro procedere con le mezze misure. I colpevoli siamo noi stessi che realizziamo la perestrojka e cio il quadro attivo del partito, i soviet e il
personale amministrativo, gli specialisti e i semplici lavoratori...
(Moskovskaja Pavda, 9 agosto 1987).
 Si mettano a confronto queste parole di El'cin con queste altre
pronunciate da Gorbacev nel corso dell'incontro con la delegazione del PCI alla quale ci siamo gi riferiti: Boris Nikolaevic era
un entusiasta della perestrojka... Non aveva capito per che si
trattava di una partita di lunga lena, che impone pazienza, tenacia e nervi saldi. Ecco da una parte l'idea che per portare avanti
la perestrojka, rimanendo sempre all'interno del processo aperto dalla rivoluzione d'Ottobre come rivoluzione nella rivoluzione - perch questo era per Gorbacev l'obiettivo da perseguire -
occorresse pazienza, moderazione, consapevolezza del fatto che
solo con la politica dei piccoli passi e dei compromessi successivi da imporre uno dopo l'altro ai conservatori, senza per
mai giungere con essi alla rottura, si sarebbe potuto realizzare la
grande impresa della riforma dall'interno del sistema del socialismo sovietico. (E da qui derivava anche la convinzione che la
battaglia impegnata non potesse avere alla testa che il partito, sia
pure trasformato dalla perestroJka.)
 Dall'altra parte l'idea che, dopo che il processo di riforme, nonostante i successi iniziali, era stato bloccato dalle resistenze dei
conservatori e dall'attesismo di Gorbacev, occorresse portare
la lotta anche fuori dal partito e persino contro iI partito. Ci Si
pu chiedere quale delle due diagnosi si sia rivelata giusta. O meglio ancora se a portare al fallimento la perestroJka siano stati
coloro - i radicali, gli impazienti - che, come El'cin, hanno ad un
certo punto voltato le spalle a Gorbacev e alla politica dei piccoli passi, oppure, al contrario, i limiti della perestrojka stessa,
l'idea che essa non potesse andare avanti che - appunto - come
politica di compromessi.
Non si pu tuttavia ignorare che Gorbacev, riflettendo autocriticamente sulle scelte compiute, ha riconosciuto alla fine che quel
che Si opponeva ai cambiamenti erano il partito e i gruppi dirigenti della struttura economica e che  stato un errore coltivare
speranze, che dovevano poi rivelarsi illusorie riguardanti la capacit del partito di farsi promotore di mutamenti fondamentali - tenuto
conto della lezione dell'esperienza che neppure El'cin ha tenuto
apertosi nello stesso momento in cui nasceva il nuovo Stato, di
dar vita alle nuove istituzioni, manifester infatti le stesse esitazioni che aveva rimproverato a Gorbacev. Rifiutando la proposta di sostituire per tempo il vecchio Parlamento e la vecchia Costituzione
di un'ASsemblea  attraverso la via dello Stato federale russo un nuovo patto fra il potere centrale e la perifena, ha infatti aperto la strada a conflitti gravi e sanguinosi che non dovevano tardare, come si  visto nei giorni della vera e propria guerra scatenata contro la Cecenia, a mettere in discussione, oltre alla sua popolarit (nel febbraio 1995 i due terzi dei suol elettori lo invitavano - secondo i sondaggi - ad annunciare che non si sarebbe ripresentato alle prossime elezioni) anche le conquiste democratiche gi acquisite.

5. Gli altri protagonisti.

 Gorbacev ed El'cin, i due Presidenti rivali, sono stati sicuramente i principali protagonisti della fase di transizione che si 
pOI conclusa con la fine dell'URSS. E per significativo che ancora nel dicembre 1990, rispondendo alle domande di un questionario che invitava ad indicare quale personaggio avrebbe avuto pi importanza per i popoli dell'uRss nel 2000, il nome di El'cin non venisse fatto (mentre Gorbacev veniva indicato soltanto al terzo posto col 26%, dopo il fisico Sacharov (48%) Andre Sacharov, che Gorbacev aveva liberato dal confino di GorkiJ e che, eletto al Soviet supremo, si batteva alla luce del sole identificando la causa della difesa dei diritti politici, umani e civili con quella della perestrojka, godeva allora di molta popolarit  soprattutto fra i tecnici e gli intellettuali. Con Sacharov erano schierati molti di coloro che avevano partecipato, nel Paese o, dopo le espulsioni decretate soprattutto negli anni di Breznev, all'estero, al movimento del dissenso. Gi allora era possibile constatare per come in generale le battaglie politiche che dovevano tanto rapidamente portare allo scioglimento dell'uRss, venissero combattute pressoch ovunque a Mosca come alla periferia dell'Unione, da uomini che militavano nel PCUS o provenivano dalle sue fila. Si guardi agli uomini che si schierarono con El'cin nei giorni del tentato golpe dell'agosto 1991. Il sindaco di Mosca, Gavrijl Popov, economista e direttore della rivista Voproterregionale radicale, aveva combattuto sino al 1990 per le riforme all'interno del partito. Gennadij Burbulis, per qualche
tempo nella sua qualit di primo vicepremier e di responsabile di
un gruppo di dicasteri, ma soprattutto di esponente degli uomini
del gruppo di Sverdlovsk chiamati da El'cin nella capitale, di
fatto numero due del nuovo potere oltrech, come lo ha definito la stampa, eminenza grigia e principale suggeritore" del
Presidente, era stato in passato professore di filosofia marxista.
Egor Gajdar, il giovane economista che El'cin ha scelto perch
guidasse, in un primo tempo come coordinatore di 13 mlnisteri
economici e poi come primo ministro, col sostegno esplicito delle massime autorit del Fondo monetario mondiale, la corsa verso il mercato e la privatizzazione,  stato redattore economico
della Pravda e del Kommunist. E analogo discorso pu essere fatto per il sindaco di Sankt Peterburg Anatolij Sobcak, proveniente dalle fila del Komsomol, l'organizzazione della giovent comunista, e che, seppure iscritto al PCUS fino al luglio 1991, ha per difeso nelle aule giudiziarie non pochi dissidenti politici;
per il vice Presidente della Repubblica e per il Presidente de
Parlamento, Aleksandr Ruckoj e Ruslan Chasbulatov, entrambl
divenuti poi acerrimi nemici di El'cin; per il ministro della Difesa
Pavel Gracev e con lui per le pi alte autorit militari, per i quadri della diplomazia, della magistratura, del commercio estero, della stampa, ecc.
 Se questo  accaduto (e del resto non solo a Mosca: non a caso
con la sola eccezione dell'Armenia ex dirigenti del PCUS si trovano alla testa degli Stati sorti nella ex URSS) e, ancora, se quasi
sempre troviamo ex comunisti a dirigere le varie formazioni politiche di destra, di sinistra e di centro e le nuove grandi organizzazioni economiche, finanziarie e commerciali (per cui di fatto appartengono al]a vecchia nomenklatura i nomi che si possono
trovare negli elenchi dei miliardari russi pubblicati spesso dai
giornali) non  evidentemente soltanto e neppure soprattutto
per l'opportunismo o per la cosiddetta innata vocazione al trasformismo che caratterizzerebbe gli ex dirigenti dell'URSS N 
dovuto alla resistenza - come si  visto a dir poco assai debole -
opposta dal PCUS, sia al centro che alla periferia, contro le iniziative di chi voleva condannarlo e metterlo fuori legge
 Di fatto la decisione presa da El'cin il 28 agosto l991 di interdire il Partito comunista in quella che era ancora la Repubblica socialista federatlva sovietica russa (RSFSR) e di espropriarne il patrimonio (decisione avallata da Gorbacev che dimettendosi da
segretario generale del partito aveva chiesto l'autoscioglimento
 el Comitato centrale) non ha incontrato nel Paese ostacoli di
sorta da parte di nessuna organizzazione del partito. Il tentativo
di avviare un procedimento giudiziario nei confronti del PCUS e
di Gorbacev - che tra molte polemiche e reazioni negative anche
all'interno dei gorbacioviani rifiut dal canto suo di presentarsi davanti alla Corte che lo aveva convocato a deporre come teste
- non ottenne per - come si vedr pi avanti - che un risultato parziale.

 La continuit non poteva esprimersi e non si espresse dunque
attraverso i1 PCUS e quel che di esso rimase in vita. Siamo di fronte qui a qualcosa di assai complesso che rimanda alla questione
della natura del tutto particolare del PCUS che, proprio perch
era, in quanto partito-Stato, il luogo delle mediazioni e delle
compensazioni fra gli interessi e i progetti diversi che convivevano, dandosi battaglia e cercando soluzioni favorevoli a questa o a
quella parte, interno della facciata monolitica, era anche una
sorta dl confederazione di partiti spesso molto lontani fra di loro
La realta di questi partiti  testimoniata da quel che  avvenuto lungo l'intera storia dell'uRss: si pensi alle battaglie, cui hanno posto fine pOl le repressioni staliniste, della destra buchariniana e della sinistra trockista, ai sostenitori dopo la morte di
Stalin, del primato dell'industria pesante e di quelli dell'industria leggera e dell'agricoltura, al tentativo attuato da Chruscev
di separare le organizzazioni agricole da quelle industriali cos da
mettere in piedi una sorta di sistema bipartitico, e ancora agli
scontri fra rinnovatori e conservatori degli anni di Gorbacev In qualche modo, nel corso del processo di disintegrazione all mterno dell'URSSdi tutto quel che c'era di sovietico, i diversi partiti che convivevano all'interno del PCUS si sono via via liberati, dapprima sino al ventottesimo Congresso del luglio 1990 (che doveva essere l'ultimo nella storia) dando vita a correnti organizzate (quelle dei conservatori e, dalla parte opposta, dei fautori della Piattaforma democratica che tennero la loro prima riunione nel  gennaio 1990), e poi a vere e proprie organizzazioni
separate, del tutto autonome (dal Partito repubblicano a quello democratico, a quello degli industriali di Travkin, a quello agrario di Lapsin, a quello - anzi a quelli - che continuavano
a richiamarsi al comunismo coi loro programmi e, in qualche
caso, i loro gruppi parlamentari) che, insieme ai pochi gruppi derivanti dalla vecchia opposizione anticomunista di destra e a
qualche formazione del tutto, o solo in parte, nuova (i verdi) o
proveniente dalle organizzazioni storiche del dissenso, venivano
a formare il primo schieramento politico della nuova Russia.
 In tutti i casi - e anche questo aspetto  illuminante per individuare che cosa era stato il PCUS- si trattava di piccoli partiti di
quadri. I dodici e pi milioni di iscritti al vecchio partito di Stato si erano come volatilizzati per cui sulla scena erano ora presenti soltanto i rappresentanti dei vari e diversi interessi tanti
generali venutisi a trovare di colpo senza eserciti, o meglio alla
testa di forze sbandate, e dunque alla ricerca di un consolidamento in vista delle nuove e difficili prove elettorali, e non solo di
esse. E questo nel momento in cui - ma anche ci non del tutto al
di fuori del vecchio sistema politico (perch, come si  vlsto, anche i razzisti di Pamjat cos come, al di l della Russia, i nuovi
leader dei movimenti nazionalistici, avevano avuto nel PCUS e
talvolta anche nel KGB, i loro pi importanti punti di riferimento) - la scena era dominata da un capo carismatico come Boris El'cin, l'unico in grado di raccogliere in quella fase - ma poi verranno i tempi della netta diminuzione dei consensi e della crisi- grandi folle, ma che sar per sempre riluttante a fondare il pi volte annunciato partito del Presidente.

  6. La nomenklatura ieri e oggi.

Quando si affronta il problema di cosa abbia rappresentato un
  elemento di continuit nel passaggio dall'URSS alle nuove formazioni statali, incominciando dalla Russia, non ci si pu limitare a
  guardare ai gradi alti del vecchio gruppo dirigente per seguire le
  loro vicende sino ad oggi. La nomenklatura - e cio il sistema burocratico formatosi nell'uRss- non era composta semplicemente dai quadri pi vicini al segretario generale del partito o dai
  rappresentanti al massimo livello dei diversi interessi presenti
  all'interno della societ, e ai loro pi stretti collaboratori, quelli
- cio chiamati a realizzare le decisioni. Era un sistema, un insieme articolato di strutture gerarchiche, e cio diverse per i poteri 
loro attribuiti, per la loro vicinanza, o lontananza, rispetto al potere centrale, per l'importanza delle mansioni loro affidate, per i
privilegi loro garantiti, ecc. Un sistema di garanzie che andavano
dall alto al basso e al quale partecipavano dunque, ai livelli diversi, centinaia di migliaia, persino milioni di persone. In quanto
nata - come ha scritto Michael S. Voslensky - come la lista dei
posti pi importanti la cui assegnazione avveniva sull'esclusiva
base della raccomandazione e della decisione del Comitato di
partito, distrettuale, statale, territoriale, la nomenklatura comprendeva di fatto tutti i funzionari che occupavano i posti-chiave . Facevano cos parte della nomenklatura - oltre ai dirigenti
politici del PCUS, ai ministri, ai diplomatici, ai giornalisti, ai dirigenti delle organizzazioni sindacali, ai deputati dei Soviet ai vari ivelli, ai membri delle Accademie delle scienze delle diverse Repubbliche oltrech di quella centrale (il cui Presidente aveva il
rango di ministro), ai dirigenti delle varie Unioni (degli scrittori
dei cineasti, dei pittori, ecc.) anche - e soprattutto - i direttori
dei grandi settori economici e delle aziende di Stato: in breve tutti coloro che disponevano di un potere reale di direzione e di comando.

 Si trattava di gruppi diversi oltrech per consistenza numerica e
per I importanza degli interessi rappresentati, anche per la qualita e la quantita del potere decisionale concentrato nelle mani dei
componenti i singoli gruppi, e cio per il loro grado di dipendenza rispetto a Mosca. Si pensi alle aree di autonomia nei confronti
del potere centrale strappate dai dirigenti delle varie Repubbliche allorch, dopo la caduta di Chruscev, venne in discussione con
Breznev una nuova regolamentazione dei rapporti fra centro e
penferia, o - anche - al potere effettivo acquisito dai dirigenti
delle aziende del complesso militar-industriale spesso concentrate nelle citt chiuse (almeno 80 secondo quando si  poi saputo), in pi di un caso vere e proprie citt-fabbrica nelle quali i direttori dell'azienda esercitavano in molti campi poteri quasi pieni.

 In qualche modo questi gruppi rappresentavano all'interno del
PCUS quei partiti (embrioni di partiti) di cui si  detto. Ora nel
corso del processo di sgretolamento e poi del crollo dell'uRss gli
uomini che facevano parte di questi gruppi, proprio perch rappresentavano concretamente lo Stato - erano lo Stato - rimasero, salvo naturalmente le molte eccezioni dovute all'asprezza del conflitto ideologico che ha caratterizzato quella fase di transizione, al loro posto.               
 La stampa di Mosca cita, a questo proposito, esempi dai quali risulta che in molti centri industriali solo una su sei grandi aziende ha un nuovo direttore. E questo anche se dal giugno 1987 i  direttori di fabbrica vengono eletti direttamente dai lavoratori Secondo un'inchiesta condotta dai cosiddetti rappresentanti di El'cin (uomini di fiducia del Presidente incaricati di rafforzare il potere centrale nelle varie regioni) su di un totale di 141 dirigenti di partito operanti nelle varie regioni, 33 sono rimasti  nella vita politica come dirigenti, 45 si sono trasferiti nei
settori economici ancora controllati e gestiti dallo Stato, 46 nel
settore privato mentre 17 hanno abbandonato la regione.
 Nella loro grande maggioranza i quadri della nomenklatura,
seppure hanno dovuto rinunciare, in tutto o in parte, ai privilegi
goduti sino ad allora (possibilit di accesso ai negozi, alle case di
riposo, agli ospedali speciali ecc.), non hanno certo rinunciato
per alla parte sostanziale del loro potere. Oltre a ci si sono venuti a trovare nelle migliori condizioni per accedere ai nuovi spazi di potere e di privilegio. Proprio perch forti di esperienze di
lavoro e dunque di una professionalit che altri, esclusi dalla nomenklatura comunista (e dunque dalla possibilit di recarsi all'estero, di aver accesso alle informazioni, di entrare in possesso
di valuta straniera, ecc.), non potevano avere, erano in molti casi
pressoch del tutto insostituibili. Si aggiunga che in molti casi essi - lo ha rilevato Alexis Berebowitch, si erano riconvertiti sia in
molti settori statali sia nelle nascenti strutture commerciali gi
quando occupavano incarichi almeno all'apparenza soltanto
politici, utilizzando i mezzi allora a loro disposizione. Per questo li troviamo tanto spesso alla testa dei partiti nazionalisti, delle
grandi aziende di Stato (impegnati in molti casi a battersi contro
le riforme di Gajdar, El'cin e Cernomyrdin cos come Sl erano
battuti - bloccandole - contro le riforme di Gorbacev).

 7. La mafia da Breznev a El'cin.

Il ruolo giocato dalla vecchia nomenklatura nel passaggio dall'URSS alla Russia , seppure soltanto in parte, alla base anche di
 un altro fenomeno venuto alla luce in modo clamoroso nello
 stesso periodo: quello che ha visto il progressivo affermarsi un
 poco ovunque, ma soprattutto nelle grandi citt, dappnma all'interno del sistema di distribuzione e poi via via in tutti gli aspetti
della vita quotidiana, di organizzazioni mafiose particolarmente
potenti. Non si trattava certo di una novit. Giulietto Chiesa ha
raccontato di aver incontrato cittadini russi che si erano detti
convinti che la parola mafia appartenesse alla lingua russa. La
mafia usbeka, quella georgiana, quella cecena - per indicare le
pi importanti - erano infatti ben presenti nel Paese nel passato.
Negli anni di Breznev avevano preso nelle loro mani - col sostegno aperto in molti casi dei dirigenti repubblicani e centrali del
partito spesso per in gara, se non in aperto conflitto, fra di loro
- il controllo di grandi reti di distribuzione. E si trattava anche
della distribuzione di prodotti provenienti dal settore delle importazioni, dai magazzini di Stato, dai negozi speciali, dai mercati liberi legali (quelli kolchoziani aperti nelle citt per permettere ai kolchoz di vendere direttamente ai consumatori - a prezzi
solo in parte calmierati per la presenza all'interno dei mercati
di banchi gestiti direttamente dallo Stato - una parte dei prodotti) e dal mercato nero illegale. Una serie di legami di tipo
mafioso univa tutto questo anche al mercato della valuta assai
fiorente soprattutto a Mosca e a Leningrado, come hanno potuto constatare centinaia di migliaia di turisti stranieri che, appena
messo piede nella capitale sovietica, venivano assaliti da cambiavalute illegali (seppure quasi sempre protetti dalla polizia).
 Grazie alle coraggiose battaglie condotte da un gruppo di magistrati (tra i quali Telman Gdjan, divenuto famoso per aver scoperto i protettori della mafia usbeka collocati ai vertici del PCUS)
e da giornalisti (di uno di questi, Arkadij Vaksberg,  il libro ricco di informazioni di prima mano che abbiamo gi avuto modo di
segnalare), i dati sui collegamenti mafia-politica degli anni di
Breznev sono venuti alla luce in parte gi negli anni di Andropov
e poi in quelli della perestrojka di Gorbacev.
 Da allora il fenomeno si  per allargato per le enormi e del tutto nuove possibilit offerte alle organizzazioni gi operanti tanto
attivamente nel passato grazie alla progressiva legittimazione di
quello che era stato a lungo bollato e colpito come secondo mercato o mercato nero e poi all'avvio della privatizzazione, di
agire quasi alla luce del sole sia all'interno del Paese che a livello
internazionale. Cos non solo senza mai abbandonare ma anzi
prendendo ancora di pi nelle loro mani - grazie anche al mantenimento degli antichi rapporti con gli uomini della vecchia nomenklatura rimasti al loro posto - i settori controllati nel passato, le organizzazioni mafiose hanno incominciato a occupare i
  settori nuovi: quelli delle banche, delle neonate societ per azio  ni, degli investimenti e degli aiuti provenienti dall'estero, nonch
  del traffico della droga e - suscitando un allarme ben giustificato
  in tutto il mondo - quello del mercato delle armi e persino
  dell'uranio proveniente dai depositi dello Stato. Negli Stati Uniti
  il direttore della CIA, James Woolsey, dopo che, almeno apparentemente, solo per caso, era stato scoperto e bloccato un traffico di plutonio proveniente da una delle citt nucleari russe, e
  presumibilmente diretto verso laboratori nucleari del Terzo mondo, si  spinto sino a parlare della mafia russa come di un pericoloso avversario per l'America e l'Europa. Anche perch le organizzazioni criminali russe, che sarebbero almeno 4000, starebbero tentando di entrare in possesso di una o pi testate nucleari, e in particolare di testate nucleari tattiche che possono essere   facilmente trasportate. Che non si sia di fronte a pericoli  immaginari   apparso chiaro quando, qualche tempo dopo - la notizia   stata diffusa dall'ITAR-TAss il 25 agosto 1994 - due criminali senza lavoro arrestati dai servizi di sicurezza di un centro nucleare sin qui rimasto segreto della regione di Niznij Novgorod,  Arzamas 16, sono stati trovati in possesso di quasi dieci chili di uranio-238. Nel marzo 1995 poi un traffico di uranio proveniente dalla Russia  stato scoperto in Italia (due contenitori   del prezioso e pericoloso materiale radioattivo sarebbero stati   gettati dai trafficanti nelle acque di un fiume).
 E in particolare a proposito del traffico della droga che si  parlato della specifica attivit svolta a livello della Russia e pi in generale dell'intera ex URSS dalla mafia della Cecenia che, sino alla
guerra condotta dalla Russia di Eljcin nell'inverno 1994-95, ha
potuto contare - oltrech su solidi collegamenti internazionali -
sull'aperto appoggio di Dudaev, divenuto Presidente della Repubblica autonoma. In realt per i primi tangibili segni della
diffusione della droga (che negli anni Sessanta e Settanta era
possibile trovare abbastanza facilmente soltanto nelle Repubbliche sovietiche dell'Asia centrale) a Mosca e nelle principali citt
della Russia si erano avuti gi negli anni di Gorbacev e questo
paradossalmente - come  stato notato - nello stesso momento
in cui veniva condotta, da parte delle autorit centrali, un'aspra
quanto sfortunata campagna contro la bevande alcooliche. E stato per soltanto dopo l'acquisizione dell'indipendenza che in varie Repubbliche asiatiche (e in Europa sembra nella stessa Ucraina) si  incominciato a produrre e a lavorare le varie droghe, a livelli industriali sia per il mercato interno all'ex URSS e soprattutto della Russia (ove all'inizio del 1992, e nonostante l'entrata
in vigore di una legge che considerava il drogato non pi un ammalato ma il responsabile di un grave reato da incriminare ed arrestare, i tossico-dipendenti erano, secondo stime semiufficiali almeno 5 milioni) sia per quello internazionale.
 Quel che si  detto sulla mafia aiuta a individuare una delle ragioni dell'aumento della criminalit che si  verificato soprattutto nelle grandi citt. Coloro che hanno studiato il fenomeno, ad
esempio Gennadij Cebotarev, sono concordi nell'individuare
nel sistema amministrativo di comando degli anni di Breznev
e poi nell'economia ombra da esso generata, nonch infine nei
tentativi fatti negli anni Sessanta e Settanta di condizionare l'economia con la pressione volontaristica, gli stimoli che hanno
portato negli anni Ottanta con la piena liberalizzazione dell'economia ombra al dilagare incontrollato della corruzione e dell'appropriazione indebita, e cio della criminalit mafiosa. Gran parte dei delitti consumati nelle grandi citt sono delitti di mafia e colpiscono in genere membri delle famiglie rivali, uomini - magistrati, poliziotti e anche deputati e giornalisti (nel solo 1994 ben tre membri della Duma e altrettanti giornalisti - ai quali si  aggiunto nel marzo 1995 il PiU famoso anchorman di Mosca, Vladislav Listev, ideatore della prima trasmissione politica in diretta delle TV di Stato - sono stati assassinati) - che operano specie laddove mafia, criminalit organizzata e politica si congiungono o si intersecano.
 In ogni caso si  di fronte ad un aumento vertiginoso della criminalit. I dati statistici parlano, per quel che riguarda i reati pi gravi, di un aumento del 24 del 1993 rispetto all'anno precedente. Il numero degli omicidi premeditati (30.000 casi circa) 
aumentato nello stesso periodo del 30% e aumenti considerevoli
si sono avuti anche nei reati commessi ricorrendo all'uso delle
armi da fuoco nonch nei reati di appropriazione indebita, di
concussione e di corruzione (52.000 casi nel 1993).
 Nell'ottobre 1994 le Ivestija hanno rivelato che ben 50.000 tra
imprese, banche e societ per azioni sarebbero controllate da organizzazioni criminali. Queste ultime sarebbero alcune migliaia,
170 delle quali avrebbero legami al di l delle frontiere con organizzazioni criminali di altri Paesi interessate a riciclare in Russia soprattutto denaro sporco. Va detto ancora che la presenza crescente della mafia non  certo da vedere come l'unica e neppure
come la principale causa dell'aumento della criminalit. Non
pu essere dimenticata infatti l'incidenza che sul fenomeno ha
avuto e continua ad avere da una parte il vuoto - anche di ideali
- che si  venuto a creare soprattutto fra le masse giovanili, in seguito al crollo dell'URSS, e alle delusioni successive al crollo, e
-dall'altra, il continuo aggravarsi della situazione economica, e
l'avvio di una politica che con la privatizzazione ha incominciato
a spingere un poco tutti a cercare per ogni problema una soluzione individuale.

8. La privatizzazione e i nuovi protagonisti.

 Quel che si  detto sulla presenza nei vari settori degli uomini
della vecchia nomenklatura non deve per impedire di vedere n
quel che c' di nuovo nel loro ruolo soprattutto per coloro che
sono diventati protagonisti attivi, seppure tutt'altro che disinteressati, della battaglia per ridurre i poteri dello Stato, n il fatto che accanto ad essi, e in un rapporto spesso conflittuale con essi,  possibile individuare oggi uomini e forze del tutto nuove. Pu
essere utile, allo scopo di caratterizzare contemporaneamente i
ruoli dei vecchi e dei nuovi protagonisti della Russia di oggi,
prendere in esame i dati riguardanti il processo di privatizzazione dell'economia (o meglio dell'industria e del settore terziario
poich, per l'agricoltura, solo nel novembre 1992 Si  svolta la
prima asta pubblica per vendere lotti di terreno di un grande sovchoz, fallito per l'indebitamento divenuto insopportabile, situato
ad una sessantina di km da Mosca). Si tratta di un processo che,
limitativamente al settore della cooperazione, ha avuto di fatto
inizio con Gorbacev con la legge sul lavoro individuale del primo
maggio 1987 per proseguire poi con la legge sulla cooperazione
del 26 maggio 1988. In totale il numero delle cooperative  pas-
sato dalle 3709 del luglio 1987 (con 39.000 Iavoratori impegnati)
alle 300.000 del gennaio 1991 (che occupavano in tutto 6.500.000
addetti).
 I limiti posti dalla legge allo sviluppo della cooperazione, le forti resistenze incontrate dalle aziende da parte dei gruppi conservatori, oltre ad una politica fiscale punitiva e all'esistenza di tanti
pregiudizi - spesso di natura opposta anche perch le cooperative conosciute come tali sino al 1986 (e cio i kolchoz) non erano
che aziende di Stato camuffate - nei confronti di questa specifica
forma di propriet, hanno impedito per che il movimento si affermasse come via significativa perch si potesse pervenire al nuovoo auspicato assetto dell'economia.
 E stato soltanto dopo il dicembre 1991 che il processo di privatizzazione ha incominciato a prendere piede coll'affermarsi accanto a quello cooperativo delle altre forme di aziende private
Secondo i dati ufficiali gi il primo gennaio 1993 le nuove organizzazioni economiche della Russia erano 950.000 e di queste
600.000, con 16 milioni di addetti e cio il 22% della popolazione
attiva, potevano essere definite a tutti gli effetti appartenenti al
settore privato delle piccole e medie imprese. Nella sola citt di
Mosca si contavano alla stessa data 220.000 piccole e medie
aziende delle quali il 34 erano a responsabilit limitata, il 26%
societ anonime chiuse, il 6% di propriet statale o municipale e
il 10% societ anonime aperte. Ma nelle mani di chi erano queste aziende? Uno studioso francese Laurent Berlie che ha condotto un'indagine per individuare appunto i nuovi padroni delle vecchie e nuove aziende private ha potuto stabilire che essisono raggruppabili in quattro distinti gruppi:

 a. gli appartenenti alla vecchia nomenklatura (funzionari dello
Stato, responsabili del PCUS, direttori delle aziende di Stato che
hanno potuto utilizzare il potere detenuto nel passato per privatizzare a loro profitto un certo numero di aziende appartenenti allo Stato;
 b. tecnici, soprattutto tecnocrati che, pur non facendo parte dei
gradi alti della nomenklatura, godevano per di un alto prestigio
sociale nella societ sovietica perch divenuti, grazie al potere
conquistato con la padronanza acquisita sulle nuove tecnologie,
figure centrali nelle aziende di Stato;
 c. personaggi provenienti dal mondo delle vecchie organizzazioni illegali o semilegali della borsa nera che hanno potuto dare forma legale alla precedente attivit;
 d. tecnici e studenti che per arrotondare gli stipendi o le borse
di studio divenute del tutto inadeguati hanno deciso di dedicare
una parte del loro tempo ad attivit speculative.

 Da questa prima inevitabilmente sommaria classificazione appare evidente come il processo di privatizzazione sia caratterizzato in Russia dalla presenza di fenomeni di corruzione e di illegalit su vasta scala. Gi si  detto del ruolo delle organizzazioni
mafiose ma il fenomeno a cui ci si riferisce  assai pi ampio e
complesso come  dimostrato ad esempio dai dati resi noti sull'evasione fiscale (che raggiungerebbe quote altissime, sino al
50% dell'imponibile). E soprattutto dal clima nel quale si svolgono le battaglie - spesso senza esclusione di colpi (le cronache
parlano sovente di banchieri assassinati, di fallimenti improvvisi dovuti ad operazioni speculative portate avanti con grande
spregiudicatezza nella quasi assoluta mancanza di regole, tipico
il caso del crollo, avvenuto nell'agosto 1994, del fondo di investimenti moscovita MMM) soprattutto nel campo della raccolta del
capitale finanziario. Non  certo strano che in questa situazione,
dominata secondo pi di un osservatore dal carattere selvaggio di un capitalismo che nasceva sulla base della pura e semplice legge della giungla, siano apparsi sulla scena personaggi del
tutto particolari quali ad esempio, appunto, il Presidente della
MMM, Sergej Mavrodin. Questi dopo essere riuscito a mettere le
mani su capitali provenienti molto probabilmente dal PCUS, e
aver condotto soprattutto attraverso la TV una incalzante campagna pubblicitaria sulla base di risultati iniziali artatamente
gonfiati (il valore dei titoli del fondo era passato dai 1000 rubli
del dicembre 1993 ai 115.000 del luglio 1994) e aver cos raccolto
in poco tempo da almeno 4, ma forse oltre 10, milioni di persone
somme enormi, non solo ha mandato sul lastrico un numero
enorme di risparmiatori del tutto privi di protezione per la mancanza di una legge che ne difendesse gli interessi, ma ha potuto
contare nel conflitto che si  poi aperto con lo Stato su grandiose
manifestazioni di stima e di solidariet nei suoi confronti indette
da coloro stessi che aveva tanto proditoriamente ingannato. Non
a caso del resto anche alcuni degli uomini d'affari moscoviti, diventati presto famosi per la capacit dimostrata nell'accumulare
enormi ricchezze, sono spesso considerati dalla stampa dei veri e
propri guru. Tale  il caso ad esempio di Konstantin Borovoj,
un matematico che  stato tra i fondatori della Borsa di Mosca, di
Mar Massarskij, l'imprenditore filosofo come lo ha definito il
settimanale Novoe Vremja (n. 39, 1992), per non parlare di Artem Tarassov, che dopo aver condotto spericolate speculazioni
nella compravendita di ordinatori elettronici si  alla fine rifugiato
in Gran Bretagna. Imprenditore moderno - anche se l'Herald
Tribune e il WaU Street Journal e poi nel marzo 1995, attraverso il
Washington Times, la stessa CIA hanno parlato dei suoi legami
con la mafia - pu essere definito invece Vladimir Gusinskij, forse l'uomo pi ricco del Paese (dopo aver messo in piedi ai tempi
di Gorbacev una piccola cooperativa per la costruzione di garages ha creato a poco a poco il gruppo Most dal quale dipendono,
tra l'altro, la Most Bank, la Most Development, la NTV, che fa
concorrenza alla televisione di Stato, il quotidiano Segodnja
[Oggi] e la popolarissima stazione radio Eco di Mosca).
 I miliardari di cui si  detto, grandi protagonisti della corsa selvaggia verso il capitalismo - ma verso un capitalismo pi impegnato, come si  detto, nella distribuzione che nella produzione -
sono da vedere anche, per quel che si  detto prima parlando della
provenienza dei nuovi imprenditori russi, come la punta di un
iceberg di un fenomeno di vaste proporzioni che al di l dell'economia investe inevitabilmente anche la sfera della politica.
 Assai significativa  a questo riguardo la testimonianza resa da
un imprenditore italiano, Galliano Rotelli, che ha messo in piedi
a Mosca, con un gruppo di giovani russi, una joint-venture per la
fabbricazione di scarpe. Rotelli conferma intanto i dati raccolti
da Laurent Berlie che abbiamo prima citato: i nuovi imprenditori che ha conosciuto sono anzitutto giovani o ex giovani che
per una serie di precise circostanze - perch avevano potuto
operare all'estero presso le ambasciate o le delegazioni commerciali sovietiche, o anche perch, dopo aver lavorato nelle strutture semilegali e illegali della distribuzione avevano potuto mettere da parte un po' di valuta straniera - si sono venuti a trovare
nella possibilit di utilizzare meglio di altri le aperture concesse
dalla legge che autorizzava i cittadini russi a lavorare come persona individuale. Ora - dice Rotelli - sono stati proprio questi
giovani, non pi di mille, duemila uomini, usciti dalla Borsa
di Mosca per recarsi davanti alla Casa Bianca a far muro contro
i carri armati, l'elemento imprevisto e forse imprevedibile che
ha inceppato il meccanismo del colpo di Stato contro Gorbacev
del 1991 e dato ad El'cin la forza per dar vita sulle ceneri dell'URSS al nuovo Stato.
 I nuovi imprenditori di cui si  detto, sorti in aperta guerra contro lo Stato e che nei giorni del tentato golpe dell'agosto 1991 si
sono schierati con El'cin (anche Konstantin Borovoj - si  appreso da una rivista di Mosca (Novoe Vremja, n. 16,1992) - ha partecipato alla difesa della Casa Bianca raccogliendo l'appello di El'cin) hanno anche cercato - con per scarsa fortuna - di investire direttamente il campo della politica. Cos lo stesso Borovoj ha fondato nel dicembre 1991 il Partito del lavoro libero, chiamato anche Movimento civile indipendente per la libert di impresa in Russia, divenuto poi nel 1992 il Partito della libert
economica. Altri imprenditori (tra i quali Zatulin, Massarskij e
Vinogradov) hanno fondato a loro volta nel luglio 1993 l'Unione degli imprenditori per la nuova Russia. Nemici dichiarati di
questi partiti e di queste unioni che propugnavano radicali riforme di privatizzazione, erano naturalmente in primo luogo i dirigenti delle vecchie e grandi aziende dello Stato che cercavano di
conservare, insieme al loro potere, quel che rimaneva del vecchio ordinamento.
 E stato per sostenere questi interessi sulla linea per della continuazione della perestrojka e cio di una politica che si prefiggeva, seppure rimanendo sempre all'interno del sistema sovietico o meglio di quel che di esso rimaneva, di pervenire, attraverso le riforme, all'economia di mercato, che  nato tra gli altri il cosiddetto partito degli industriali (o meglio Unione industriale scientifica) di Arkadij Volskij che doveva diventare il nucleo di una delle prime organizzazioni di tipo centrista. Cos mentre gli
imprenditori privati guardavano, nella loro ricerca di un modello
a cui riferirsi, oltrech ai Paesi industriali dell'Occidente, e in
questo quadro soprattutto al Giappone, anche alla Corea del Sud
e a Taiwan, Volskij guardava soprattutto alla Cina e a quel che
allora si stava pensando, e facendo, a Pechino per far camminare
l'economia con una politica di apertura verso il mercato e le importazioni di capitali dall'estero ma assegnando sempre un ruolo
importante allo Stato e alle sue aziende (e ancora - si pensi a
Tien an Men - facendo di tutto per bloccare sul nascere ogni tentativo di investire con le riforme anche il sistema politico).
 Non c'era del resto soltanto Volskij a parlare allora della Cina.
Stretto fra le pressioni, seppure sempre pi deboli, dei sostenitori della corsa verso la privatizzazione radicale, sulla base delle
vere e proprie intimidazioni che giungevano dalla Banca mondiale, di Gajdar e dei riformatori, e quelle, per contro, sempre
pi forti, provenienti dall'opposizione politica e sociale, lo stesso
El'cin non ha nascosto lungo tutta una fase non brevissima (si vedano le dichiarazioni sulla via cinese al mercato come possibile modello per la Russia da lui rilasciate a Pechino durante la
visita del dicembre 1992) di guardare con interesse alla Cina.
 Le prospettive aperte erano dunque numerose. Ma subito si 
dovuto fare i conti con le difficolt, dopo i primi passi, di portare
avanti le riforme e con il continuo aggravarsi di una situazione
economica che alla fine del 1991 appariva disastrosa.

9. Il mancato decollo economico.

 Per quale ragione questi vecchi-nuovi imprenditori, apparsi cos
numerosi e - apparentemente - forti alla ribalta, neppure quan-
do hanno potuto contare sul sostegno esplicito di governi e di linee politiche favorevoli, nonch di un sostegno economico e finanziario internazionale che, per quanto inferiore rispetto alla
domanda, non pu certo essere sottovalutato, non sono riusciti a
mettere in piedi almeno le premesse di una ripresa economica?
 Quel che ha pesato  stata certo in primo luogo l'arretratezza
del punto di partenza. La Russia, e con lei tutti Paesi nati dal
crollo dell'uRSS, ha iniziato il cammino verso l'economia di mercato nelle peggiori delle situazioni. E questo non solo per la caduta netta di tutti gli indici economici che si era verificata senza
interruzione dall'aprirsi della crisi generale della met egli
anni Settanta in poi e, ancora, per le conseguenze che il crollo
dello Stato unitario ha avuto sull'intero tessuto economico-sociale, in particolare recidendo spesso quasi del tutto ogni legame
fra i settori e fra le aziende, e soprattutto fra queste ultime e le
aree nelle quali erano dislocate le materie prime o si trovava il
maggior numero di consumatori. Quella che subito si  fatta sentire  stata la mancanza di meccanismi in grado, dal centro, di avviare concretamente provvedimenti di riforma o anche soltanto
di coordinamento della vita economica. Si aggiunga che si trattava di dare il via a riforme nei confronti delle quali c'erano ad un
tempo attese assurde (quasi che l'ancoraggio dell'economia al
mercato costituisse da solo un toccasana infallibile) e - alimentati dalle campagne dell'opposizione ma anche dalla consapevolezza che si trattava di prendere decisioni non popolari e che, almeno nella prima fase, non avrebbero potuto che rendere ancora pi gravi le condizioni di vita, gi insopportabili, della popolazione pi povera - sospetti altrettanto spropositati.
 Anche se non mancavano in Russia economisti di talento (alcune delle pi importanti scuole di economia operanti nel mondo
di oggi sono nate almeno in parte nell'Accademia delle scienze
dell'uRss) quel che pesava era la mancanza di esperienza - e dunque di operatori, di tecnici, di economisti - in un campo, quello
ap,punto dell'economia di mercato, che per decenni era stato visto dal potere come qualcosa che poteva appartenere esclusivamente al mondo del capitalismo e quindi bandito. Non si pu dimenticare che sino all'ultimo gli economisti che con pi decisione e convinzione sostenevano, seppure talvolta criticamente, la perestrojka di Gorbacev, come Abel G. Agambegjan o Nikolaj Smelev, anche quando ne avevano individuato i limiti, si erano sempre mossi per, e pensavano di continuare a muoversi anche nel futuro, all'interno del vecchio sistema, sia pure modificato.
 Rispetto agli anni di Gorbacev quel che rendeva tutto pi grave
erano poi le misure che ciascuna Repubblica dell'ex URSS una
volta diventata indipendente prendeva o minacciava di prendere 
nella speranza di salvaguardare meglio i propri interessi (blocco
delle esportazioni di materie prime, di petrolio e di gas, costituzione di Banche di Stato nazionali in luogo di quella centrale, sostituzione del rublo con altre monete, tentativo di dar rapidamente vita in luogo dei precedenti legami interrepubblicani ad un sistema di relazioni dirette con tutti i Paesi, e in primo luogo quelli occidentali ai quali ci si rivolgeva adesso per prestiti ed aiuti in ordine sparso). Ma ogni passo - proprio perch non concordato - non faceva che accrescere le difficolt e aumentare
il caos. D'altro canto ogni altra strada diretta a salvaguardare nei
nuovi Stati indipendenti le vecchie strutture appariva preclusa
perch fondamentale era allora ritenuto dai nuovi dirigenti centrali e periferici il distacco da Mosca. Si pu ricordare come
nell'Europa occidentale - ove in quello stesso periodo si parlava,
spesso con un ottimismo che doveva rivelarsi eccessivo, della
moneta unica come di un obiettivo a portata di mano e dell'integrazione economica come della soluzione migliore per tutti e
per ciascuno - c'era chi, definendole assurde, ironizzava sulla
vera e propria corsa che i vari Paesi dell'ex URSS, con l'esclusione
naturalmente in questo caso della Russia, conducevano per sostituire il rublo con monete nazionali o sulle spesso contraddittorie misure che i vari Paesi - le cui economie erano state per 70 e
pi anni tanto strettamente intrecciate - prendevano allo scopo
di spezzare quel che rimaneva in vita delle varie strutture della
integrazione. Quel che si faticava a comprendere era che nel
continente dell'ex URSS la strada per giungere ad un'economia
integrata e ad una moneta unica non poteva passare ormai che
attraverso la liquidazione delle strutture della pianificazione burocratico-centralizzata, della Banca unica di Stato e del rublo, e
cio di tutte le forme del dominio di Mosca.
 N con la fine dell'uRss erano scomparsi gli uomini che si erano
battuti contro Gorbacev su posizioni di conservazione. Essi trovavano anzi nuovo alimento per le loro battaglie nel momento in
cui incominciava ad apparire, insieme ai primi provvedimenti di
riforma, una forte opposizione sociale. Lo scontro con i conservatori si apr dopo che El'cin, che aveva affidato a Gajdar la direzione dei dicasteri economici, aveva scelto la strada dell'avvio
deciso della politica delle privatizzazioni e del mercato. Si incominci il 2 gennaio 1992 con una riforma dei prezzi davvero radicale perch di colpo, aumentando dell'80% i prezzi all'ingrosso e del 90% quelli al minuto, si colpiva al cuore il sistema dei prezzi politici (per cui a tutti i cittadini - ma a costi divenuti insopportabili  per lo Stato anche per l'impossibilit che ne derivava di entrare nel mercato mondiale con una economia competitiva - veniva garantito il minimo indispensabile per quel che riguardava i  prodotti essenziali, la salute, l'istruzione, l'abitazione).  Le reazioni della popolazione non si fecero attendere. (Non a caso Gorbacev che aveva tante volte parlato della necessit di avviare la riforma economica con misure antipopolari, incominciando  proprio dalla riforma del sistema dei prezzi, non aveva 
mai potuto, o voluto, passare dalle parole ai fatti).
 La riforma - che si traduceva in un aumento notevole dei prezzi dei generi di prima necessit - colpiva oltre ai pensionati e ai lavoratori a reddito fisso tutti coloro che erano esclusi dalla possibilit di accedere ai benefici della seconda economia. Le proteste furono subito assai ampie e gi nell'aprile 1992 El'cin, di fronte alle richieste dell'opposizione parlamentare, fu costretto a togliere a Gajdar il ministero delle finanze e a Burbulis - che conserv per l'incarico di Segretario di Stato - il ruolo di primo vice premier e poi ad attenuare assai drasticamente il programma di austerit. Nelle intenzioni di El'cin la ritirata avrebbe dovuto essere soltanto temporanea. Di fatto gi il 15 giugno Gajdar veniva nominato primo ministro ad interim e soltanto quindici giorni dopo il governo presentava al Parlamento e al Fondo monetario internazionale - dal quale ci si attendeva un prestito di 24 miliardi di dollari - il testo del programma definitivo e decideva l'introduzione di un corso nuovo per il rublo cos da creare le condizioni per rendere convertibile la moneta.
 Le reazioni a quella che venne subito giudicata dall'opposizione una inaccettabile spinta di accelerazione della politica delle riforme furono immediate tanto pi che per carenza di liquidit - e anche per allentare la spinta inflazionistica - il pagamento dei salari e degli stipendi, e persino delle paghe dei militari, incominci a subire ritardi determinando situazioni sempre meno tollerabili. Protestarono oltre ai gruppi sociali pi deboli anche i minatori del Kuzbass che pure avevano salari superiori anche del 1000% a quelli di base. Tuttavia non si apr subito la crisi politica che da pi parti era stata preannunciata. Le proteste non trovarono in quella fase una eco sufficiente tra le forze politiche.
L'opposizione era ancora debole e divisa. La nascita avvenuta il 
23 ottobre 1992 del Fronte della salvezza nazionale comprendente varie formazioni dai comunisti antigorbacioviani ai nazionalisti e che si proponeva di battere, seppure utilizzandolo soltanto "mezzi costituzionali"
 il governo El'cin-Gajdar, definito senza mezzi  termini come antinazionale, venne allora pressoch unanimemente giudicata prima ancora che come un fatto politico un episodio pittoresco. Dal canto loro i gruppi centristi che il 21 giugno 1992 avevano dato vita all'Unione civica (comprendente anche il partito  di Volskij, quello di Ruckoj e quello di Travkin) si limitarono a parlare di "sostegno critico" al governo. 
La decisione presa il primo ottobre 1992 di avviare la privatizzazione con la distribuzione a tutti i cittadini di uno speciale cupon o vaucher di 
10.000 rubli (pari circa a 40 dollari), per quanto criticata e irrisa per il suo evidente carattere populista e demagogico, contribu a rafforzare i consensi attorno a  El'cin. Quest'ultimo,  per andare incontro all'opposizione, liberava dal carcere Starodublizev, uno dei golpisti dell'agosto 1991, nominava vice ministro della Difesa il generale Mironov, cominista, e sostituiva il sindaco di Mosca, il radicale Gavrijl Popov, con Jurij Luzcov, esponente della vecchia nomenklatura.
Nonostante questo, per e non solo - come si  visto - sul terreno della privatizzazione (ma per la presenza qui di una netta divisione all'interno della stessa nomenklatura una parte della quale si mosse non gi per difendere il carattere statale della propriet, ma per impossessarsi delle aziende) la riforma si aren e l'economia sub un ulteriore e assai grave colpo di arresto. Anche se le previsioni dei pi pessimisti che, a Mosca come in Occidente, annunciavano ogni giorno sciagure terribili (Carestia con migliaia di vittime, rivolte contadine, sollevazioni di disoccupati) si dimostrarono infondate, il 1992 si chiuse con un calo netto
del 20% rispetto al 1991 del prodotto materiale netto, del 18,8% della produzione industriale, del 9% della produzione agricola, del 45% degli investimenti. Particolarmente grave fu l'aumento costante dell'inflazione (che tra il 1991 e il 1992 giunse a lambire quota 2500%). D'altro canto se la temuta cacciata dal lavoro di centinaia di migliaia di operai non si era verificata (i senza lavoro che a marzo 1993 sarebbero stati secondo le statistiche ufficiali soltanto poco pi di un milione, erano per almeno 4 secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro, ai quali andavano poi aggiunti altri milioni di disoccupati nascosti) non  stato certo per i progressi compiuti dall'economia. Anzi. Se non si  giunti al decollo auspicato  anche perch la difesa dei livelli di occupazione  stata voluta e attuata prima di tutto dai dirigenti delle grandi aziende deficitarie - in primo luogo le fabbriche di armi 
- per bloccare le riforme, non avviando nei tempi e nei modi voluti quei processi di riconversione della produzione che erano necessari e imponendo, col ricatto, allo Stato di continuare nella politica delle sovvenzioni o per creare le condizioni migliori perch la privatizzazione fosse avviata e portata a termine nel loro esclusivo interesse.
 Insieme agli ostacoli frapposti dall'opposizione sociale e politica, quel che ha impedito che la linea delle riforme andasse avanti con la speditezza dovuta, cos da permettere di conseguire i risultati sperati sia nell'economia dello Stato che nelle condizioni di
vita di milioni di famiglie,  sicuramente da cercare nel mancato
accordo attorno ad El'cin di un fronte unito dei riformatori. Se
questo  accaduto  certo anche per le scelte, e gli errori, di El'cin
ma soprattutto per la fragilit del sistema politico e delle forze
impegnate nel compito di riempire rapidamente, dando vita ad
un sistema basato sul pluripartitismo, il vuoto lasciato dal Partito
unico di Stato.

10. I partiti politici.

 Soltanto 10 sono i partiti politici (ma in qualche caso si tratta di
blocchi elettorali) che hanno ottenuto seggi alle elezioni politiche del 12 dicembre 1993, le prime svoltesi sulla base di una legge democratica. A questo primo gruppo di formazioni politiche
occorre aggiungere quelle nate in seguito, soprattutto dopo i
mutamenti intervenuti all'interno delle forze centriste, per cui,
in totale, nel febbraio 1995 si dava per certo che alle elezioni parlamentari indette per il dicembre dello stesso anno, i partiti in
lizza sarebbero stati almeno 16. Tuttavia i partiti nati nella prima
fase di vita della Russia di El'cin sono molti di pi e per fornire
un'immagine viva di quel che  nato laddove regnava il monopartitismo pi assoluto pu essere opportuno - anche se l'elenco
che ci apprestiamo a dare da una parte risulter incompleto e
dall'altra comprender un buon numero di aggregazioni politi-
che che sono vissute soltanto lo spazio di un mattino o che sono
rimaste sulla carta - provare a individuarli e a definirli. Per raggrupparli  opportuno chiedersi se, e fino a che punto, sia utile
utilizzare le tradizionali formulazioni impiegate in Occidente e
sostanzialmente accettate da tutti, che distinguono i partiti e le
forze della sinistra da quelle del centro e della destra. Un
tentativo di classificare su questa base i partiti russi  stato compiuto da un gruppo di collaboratori del Presidente della Russia
sulla base della situazione rilevabile il primo dicembre 199222. I
partiti venivano cos distribuiti:

 a sinistra, gli anarchici (Confederazione degli anarco-sindacalisti), i trockisti (Partito marxista-operaio), i comunisti (Unione
comunista, Partito comunista operaio, Partito comunista bolscevico, Partito comunista dei lavoratori, Partito comunista proletario), i socialisti di sinistra (Partito socialista, Partito socialista dei lavoratori, Partito socialista operaio, Partito unito dei lavoratori);

 al centro, le formazioni di centro-sinistra (Movimento per le riforme democratiche, Movimento russo per le riforme democratiche), i socialdemocratici (Partito social-democratico, Partito
repubblicano, Partito popolare della Russia libera), le formazioni liberal-democratiche (Partito democratico della Russia, Movimento cristiano democratico, Partito costituzionale democratico della libert popolare, Unione popolare di Russia, Partito borghese democratico, Partito russo delle trasformazioni democratiche);

 a destra, le formazioni della destra patriottica (Unione popolare russa, Movimento nazionale russo Sobor, Partito nazionale
democratico, Partito patriottico russo), quelle monarchiche (Russia monarchica, Rinascita cristiana, Associazione Nicola 1, Partito monarchico, Partito popolare monarchico, Unione dei discendenti della nobilt russa), della destra radicale (Pamjat, Partito
liberal-democratico, Unione dei cosacchi della Siberia, Unione
delle armate cosacche).

 Non c' dubbio che la classificazione (che i suoi autori definiscono dottrinale) possa rivelarsi utile come prima, indicativa
chiave di lettura del mondo politico russo al suo esordio. Tuttavia soltanto fino ad un certo punto. E questo perch - come si vedr pi avanti - in Russia una chiara ricollocazione delle forze
politico-sociali entro i termini di sinistra, destra e centro,
potr aversi soltanto quando le forze stesse incominceranno a
muoversi come espressione di basi e di interessi che, seppure in
conflitto fra di esse, avranno per in comune la consapevolezza
di operare tutte chiaramente entro la realt del nuovo assetto
statale, politico ed economico.
 In questa prima e convulsa fase della vita politica russa le cose
non stanno cos, per cui si definisce spesso sinistra quel che si
muove non per la difesa degli interessi dei gruppi sociali pi poveri e indifesi ma per conservare e difendere questo o quell'aspetto del passato. Cos troviamo spesso forze che si dicono di sinistra (i comunisti golpisti che hanno combattuto tanto aspramente Gorbacev ad esempio) schierate - in alleanza coi nazionalisti pi radicali che, pur di difendere l'impero, non fanno troppa distinzione fra la Russia degli zar e quella di Lenin (e di Stalin) - contro tutti i riformatori identificati come destra. N si  di fronte soltanto a manifestazioni di piccoli gruppi che - come ci hanno mostrato le immagini televisive - sfilano assai spesso lungo le strade di Mosca innalzando insieme le bandiere rosse e quelle zariste. Basti dire che i segretari del Partito comunista russo, del Partito agrario, del Partito popolare Russia libera e l'ex vice Presidente Ruckoj, hanno firmato nel marzo 1994 con l'ultranazionalista Sergej Baburin un documento (Nuova intesa per la Russia) col quale si impegnavano a unire le forze per impedire la scomparsa definitiva della Russia storica e per restituire alla Russia la forza e la potenza del passato. Allo stesso modo alla
vigilia del voto del dicembre 1993 uno dei partiti ex comunisti
che appariva tra i pi aperti verso il rinnovamento, quello fondato da Roj Medvedev, concluse un'alleanza con gruppi della destra cosacca. Altri interrogativi ancora sorgono se si guarda alle forze del centro e a quelle della destra (dove ad esempio il partito degli oltranzisti grandi russi, quello di Zirinovskij, si presenta sotto le insegne liberal-democratiche).
 E poi El'cin  di sinistra o di destra? In una rivista russa di
politologia uno studioso, O.T. Vite, ha pubblicato un saggio nel
quale si sostiene che nella Duma uscita dalle elezioni del dicembre 1993 le forze della sinistra avrebbero ottenuto il 41% dei
voti, quelle del centro il 30% e quelle di destra il 29%. Se
per si va a guardare si scopre che la classificazione adottata 
del tutto diversa da quelle comunemente accolte. D'altro canto
non si deve dimenticare che nella realt russa, per una serie di
precise ragioni storiche (per cui sinistra era Trockij e destra
era Bucharin, mentre negli anni di Breznev l'opposizione democratica che si opponeva alla destra stalinista e autoritaria veniva chiamata sinistra), il linguaggio politico ha sempre avuto una sua specifica particolarit.
 Nella fase attuale assai pi utile pu essere perci provare a
identificare ciascuna forza politica in riferimento alle sue origini
(rispetto cio alla questione - che abbiamo visto quanto sia essenziale - della continuit col passato) e al ruolo avuto negli eventi che hanno caratterizzato la nascita del nuovo Stato.
 Si possono cos distinguere intanto i partiti provenienti direttamente dal PCUS come espressione delle varie correnti venute alla
luce al suo interno negli anni della perestrojka e successivamente. Essi sono:

 - i vari partiti e partitini (almeno una decina) che non hanno rinunciato all'appellativo di comunista. Tra questi il pi importante, anche per i risultati ottenuti alle elezioni politiche del dicembre 1993 (12,40%), PUO essere considerato il Partito comunista russo della Federazione russa, sospeso nell'agosto 1991 e riammesso nel giugno 1992, aperto a tutte le componenti comuniste che si erano opposte a Gorbacev e alla perestrojka per difendere il socialismo e l'unit dello Stato unitario. Il suo leader  sin dal primo momento Gennadij Zuganov e ha negli organismi dirigenti eletti al suo primo congresso del marzo 1993 (che per sottolineare la continuit col PCUS  stato chiamato ventinovesimo Congresso) due golpisti dell'agosto 1991, Vladimir Krjuckov, ex capo del KGB e Valentin Varennikov, ex ministro della Difesa (oltre a Egor Ligacev che fu per anni il massimo esponente dei conservatori del PCUS);

 - il Partito agrario (7,99% nel dicembre 1993), stretto alleato
del Partito comunista di Zuganov. (Il suo massimo dirigente, Michail Ivanovic Lapsin, che in precedenza aveva fondato insieme a
Ivan Rybkin, divenuto poi Presidente della Duma eletta nel dicembre 1993, il Partito socialista del popolo lavoratore, aveva
anche partecipato nel febbraio 1993 al Congresso costitutivo del
Partito comunista che lo aveva eletto nell'esecutivo);

 - Donne di Russia (8,13%), raggruppamento fondato e diretto
da Alevtina Fedulova strettamente unito al Partito comunista
della Russia;

 - il Partito democratico (5,52%) fondato nel maggio 1990 da
Nicolaj Travkin, e che comprende parte della corrente pi radicale
di Piattaforma democratica, la corrente dei rinnovatori formatasi all'intemo del PCUS nella fase che ha preceduto il ventottesimo
Congresso;

 - il Partito repubblicano, fondato nel settembre 1990 da Vladimir Lysenko, Vladislav Sostakovskij e Stepan Sulaskin, tutti provenienti da Piattaforma democratica del PCUS. (Non ha partecipato come tale alle elezioni del dicembre 1993);

 - il Partito del popolo per la Russia libera, fondato da Aleksandr
Ruckoj, comandante militare nella campagna contro l'Afghanistan che diventer poi vice Presidente della Russia con El'cin e
infine uno dei principali protagonisti della battaglia di Mosca
del settembre-ottobre 1993;

 - il Partito socialista operaio, fondato dallo storico Roj Medvedev e da Anatolij Denisov e comprendente una base di comunisti democratici. (E assai radicato nel Paese ma per vizi di forma nella presentazione dei candidati non ha potuto partecipare alle elezioni del dicembre 1993.)

 Altre formazioni politiche, seppure in pi di un caso dirette da uomini provenienti dal PCUS, possono essere considerate per estranee rispetto alla tradizione comunista. Tra esse vanno segnalate:

 - Scelta per la Russia (15,51% dei voti alle elezioni del dicembre 1993) fondato nell'ottobre 1993 da Egor Gajdar e da Vladimir Sumejko per sostenere la candidatura di El'cin;

 - il Partito della rinascita della Russia (o Russia libera), nato
nel giugno 1993 per sostenere la candidatura di Ruckoj a Presidente per iniziativa del gruppo parlamentare Riforma dell'esercito;

 - Partito russo della riforma democratica, fondato dai sindaci di
Mosca e di Sankt Peterburg, Popov e Sobcak, dopo la loro rottura con il Movimento cristiano-democratico;

 - il Movimento cristiano-democratico, nato nell'aprile 1990 e
che si batte per la rinascita spirituale della Russia.

 Totalmente estranei, per quel che riguarda almeno il gruppo dei
dirigenti, alle organizazioni e alla storia del PCUS possono essere considerati:

 - il Partito socialdemocratico della Federazione russa nato nel
maggio 1990 e che, diretto da Oleg Rumjancev, non ammette tra
i suoi iscritti coloro che siano stati membri del PCUS;

 - il Partito socialista (di sinistra) fondato nel giugno 1990 da
Boris Kagarlickij (proveniente dalle fila di un gruppetto di eurocomunisti, individuati e incarcerati durante gli anni di Breznev);

 - il Movimento ecologia costruttiva di Russia (ha ottenuto lo
0,76% dei voti alle elezioni del dicembre 1993);

 - il Partito nazionale, nato nel 1990 per iniziativa di Aleksej
Brumel con l'obiettivo di restaurare la dinastia dei Romanov;

 - il Partito dei democratici-costituzionali, nato nel maggio 1990
per iniziativa di Viktor Zolaterev, che si richiama al Partito dei
cadetti;

 - la Confederazione anarco-sindacalista, nata nel marzo 1988
per iniziativa di Andrej Isaev e Aleksandr Subin;

 - l'Assemblea nazionale russa, fondata nel 1992 da Aleksandr
Sterlingov e dallo scrittore Valentin Rasputin;

 - il Partito liberal-democratico nato fra il 1989 e il 1990 per iniziativa di Vladimir Zirinovskij, un nazionalista grande-russo dai
connotati fortemente razzisti che ha guidato il partito verso un
significativo successo nelle elezioni del dicembre 1993.

 Un caso a s  quello di Unit nazionale russa, un partito dichiaratamente nazista fondato da Ivan Barkasov e da Aleksej Vedenkin la cui base composta da bande di giovani (i guerriglieri come amano definirsi) seppure concentrata a Mosca  per sparsa in tutto il  Paese prevalentemente all'interno degli organismi cosiddetti della forza (ministero dell'Interno e della Difesa, servizi di sicurezza) per cui  nato il sospetto di un suo collegamento coi  servizi di spionaggio e controspionaggio.

 Alcuni dei partiti sopra elencati sono del tutto scomparsi dopo
le elezioni politiche del 1993 (che, come si vedr meglio pi avanti, hanno di fatto rappresentato per le forze politiche una specie
di momento della verit). Altri prima del voto o all'atto della
formazione dei gruppi parlamentari sono confluiti in alleanze
elettorali che in qualche caso hanno finito per assumere la fisionomia di veri e propri partiti. Tra questi vanno segnalati:

 - Russia democratica, un blocco fondato da Jurij Afanas'ev, Arkadij Murascev, Gleb Jakunin, Lev Ponomarev, Viktor Dietre;
 - Intesa popolare, che raggruppa il Partito costituzionale democratico, il Partito democratico e il Movimento democratico
cristiano;
 - Jabloko (mela), un blocco elettorale nato alla vigilia delle
elezioni del dicembre 1993 come forza centrista per iniziativa di
Grigorij Javlinskij, Jurij Boldirev e Vladimir Lukin;
 - Unione civica per la stabilit, la giustizia e il progresso, fondato da Arkadij Volskij, gi incaricato da Gorbacev di seguire la
crisi fra l'Armenia e l'Azerbaigian per il Nagornyj Karabach,
comprende il Partito democratico e il Partito di Ruckoj oltre a
formazioni minori e ha ottenuto nel dicembre 19931'1,93% dei
voti;
 - il Fronte di salvezza nazionale, comprendente l'opposizione
nazional-comunista, sospeso nell'ottobre 1993 per il sostegno
dato a Ruckoj e Chasbulatov.

 Nuovi partiti infine sono nati dopo le elezioni del 1993 e in previsione di quelle indette per la fine del 1995. Essi sono:

 - il Partito della democrazia sociale, fondato nel febbraio 1995
da Aleksandr Jakovlev, ex strettissimo collaboratore di Gorbacev
divenuto poi sostenitore di El'cin nonch sino al marzo 1995 direttore della pi importante rete televisiva russa. Obiettivo dichiarato del Partito  quello di unire tutti coloro che intendono
proseguire sulla strada delle riforme, in pratica, dopo la rottura
intervenuta fra El'cin e Gajdar, tutti i sostenitori del Presidente;
 - Forza Russia (ad imitazione del movimento fondato in Italia
da Silvio Berlusconi) nato per iniziativa dell'ex ministro delle Finanze Michail Fedorov, nettamente all'opposizione;
 - Potenzatdiretto da Viktor Kobelev e nato da una scissione
del partito di Zironovskij per raggruppare vari gruppi e gruppetti
di estrema destra;
 - il Partito della coscienza popolare, fondato dall'ex procuratore generale Aleksej Kazannik, un altro che ha abbandonato El'cin
nei giorni della battaglia di Mosca del 1993.         

 - Nostra casa Russia, nato nel maggio 1995 per iniziativa del
Premier Cemomyrdin come nuovo grande polo moderato.
 Infine c' da segnalare la nascita, avvenuta nei primi mesi del 1995
a condusione di un lungo processo di scissioni e di ricomposizioni,
d una formazione socialdemocratica unificata, l'Unione socialdemocratica (SDU) comprendente i gruppi facenti capo a Rumjancev e a Obolenskij, il Partito popolare socialdemocratico (nato
dal Partito popolare della Russia libera dal quale era uscito Ruckoj), il Partito del lavoro e il Movimento sindacale socialdemocratico.

11. Il lungo cammino verso la societ civile.

 L'elenco dei partiti politici nati in Russia dalla perestrojka in
poi che qui abbiamo dato  tutt'altro che completo (non comprende ad esempio le diverse organizzazioni politiche nazionaliste sorte nelle Repubbliche e nei territori autonomi) e pu indurre in errore. A prima vista potrebbe sembrare infatti lo specchio di un Paese altamente politicizzato e basato sulle solide basi di una democrazia pluripartitica. Come si sa - e come confermano di continuo le cronache di Mosca dalla quale giungono ad ogni pi sospinto VOCI di golpe in agguato e di minacce alle strutture democratiche - la situazione  per diversa. Quelli che vengono definiti partiti sono quasi sempre in realt (l'eccezione  rappresentata da qualcuno dei vari partiti comunisti ancora basati su fondamenta ideologiche e dai partiti nazionalisti, prima di tutto da quello di Zirinovskij, ben radicati in varie aree del Paese) aggregazioni di dirigenti politici. Si tratta in sostanza di piccoli raggruppamenti centrali formati dai diretti rappresentanti di interessi (i componenti di quei partiti interni al PCUS dei quali si  detto ma che, nonostante il grande numero di iscritti, erano partiti di quadri e non di militanti) non soltanto senza basi sociali di una certa consistenza, ma spesso privi di tutto ci - comunanza di idee, di valori, di programmi, di progetti nonch di intesa circa i mezzi da utilizzare per perseguire i fini comuni - che
fanno appunto di un'aggregazione di uomini un partito politico.
 Da qui l'instabilit e il trasformismo di una classe politica che 
nata e che vive per gran parte solo nei palazzi di Mosca, separata
dal Paese, l'improvviso passaggio di questo o quel dirigente, e
anche di questo o quel gruppo di quadri, da una formazione al-
l'altra, la subitanea scomparsa di questo o quel partito e la sua
successiva ricomparsa sotto altri nomi. Si  di fronte insomma-
come dice l'abusata formula - a generali senza eserciti. Ma gli
eserciti ci sono: milioni di cittadini chiamati per la prima volta
a contribuire col voto democratico a prendere decisioni, e cio a
scegliere i propri generali. Che fare allora, come e chi scegliere, fra tante sigle spesso del tutto sconosciute? Inevitabilmente
finiscono per prevalere i nomi e i volti pi noti, quelli appartenenti al passato, oppure quelli imposti dalla martellante campagna della TV e dei giornali. E qui che si forma il terreno particolarmente fecondo per la nascita dei capi popolo, eletti spesso
con straordinarie percentuali, in vere e proprie elezioni plebiscitarie. E il caso di El'cin, divenuto Presidente della Russia nel giugno 1991 col 60% dei voti, ma anche di molti Presidenti delle
Repubbliche e dei territori autonomi, nonch dei sindaci delle
grandi citt, come Gavrijl Popov e Anatolij Sobcak, eletti a Mosca e a Leningrado rispettivamente nel 1990 e nel 1991 e divenuti
presto molto popolari. Tuttavia la tenuta dei capi popolo, - ed
 il caso dello stesso El'cin - deve fare i conti da una parte con le
attese di popolazioni sterminate, alle prese ogni giorno con gravissimi problemi di sopravvivenza, e dall'altra coi loro limiti politico-culturali (che sono per gran parte i limiti tipici di un populismo fondato sulla demagogia) nonch colle difficolt che si incontrano - nello stesso momento in cui spesso si tratta di decidere ed attuare provvedimenti antipopolari (quali ad esempio
l'aumento dei prezzi) per promuovere effettivi miglioramenti. E
soprattutto con la mancanza nel Paese - non sar mai sottolineato abbastanza - di una effettiva tradizione democratica. Cos
dopo i primi voti plebiscitari accompagnati dalle grandi speranze
riposte nei dirigenti - e anche, di fronte alle sconvolgenti novit
del pluripartitismo, della libert di stampa, delle battaglie elettorali dominate dalla polemica politica e dal confronto, da una
vera e propria ondata di partecipazione che ha coinvolto gran-
di masse (sia pure spesso soltanto attorno a programmi e rivendicazioni di carattere nazionale e nazionalistico) e soprattutto i
giovani - ecco subentrare la delusione, con le sue inevitabili conseguenze: l'allontanamento dalla politica, la ricerca di soluzioni
affidata sempre pi alla iniziativa individuale, e anche - talvolta
- la nostalgia per un passato del quale si finisce spesso per ricordare soltanto ci che rende cos difficile il presente. L'aumento a
dismisura dell'astensionismo elettorale (per cui in non pochi casi
singole tornate elettorali, anche in citt importanti, sono state
annullate perch i votanti non raggiungevano la soglia minima
del 50% prevista dalla legge)  certo il fenomeno che con maggior immediatezza illustra l'ampiezza raggiunta dalla crisi di fiducia nella politica maturata un poco ovunque nel Paese in un
tempo tanto breve. N il fenomeno riguarda soltanto le masse.
Molti dei protagonisti delle battaglie dapprima per la perestrojka di Gorbacev, e poi per andare al di l dei limiti della perestrojka, hanno di fatto abbandonato la politica, per tornare -  il caso,
ad esempio, dello storico Jurij Afanas'ev - a fare soltanto lo studioso e il professore universitario. Altri - come Vitalij Korotic
che aveva trasformato una vecchia rivista sovietica, Ogonek, in
uno strumento di battaglia politico-culturale - hanno addirittura
abbandonato il Paese.
 Significativo, sempre a proposito della caduta di impegno e di
partecipazione politica che si  progressivamente venuta registrando,  la pressoch totale scomparsa dalla scena degli uomini
e delle organizzazioni del dissenso e cio delle forze che con
grande coraggio e attraverso prove durissime si erano battute negli anni delle repressioni brezneviane in nome della Carta dei diritti dell'uomo. Cos nell'elenco dei cento uomini politici pi influenti del Paese che uno dei pi diffusi e autorevoli quotidiani di
Mosca, la Nezavisimaja Gazeta pubblica regolarmente sulla base
~lelle rilevazioni e delle analisi di un gruppo di esperti, non  possibile trovare, nel luglio 1993, che i nomi di S. Kovalev (famoso
per essere stato a fianco di Sacharov e che, eletto deputato alla
Duma,  poi divenuto il Presidente del Comitato per i diritti
dell'uomo del Parlamento) di padre Gleb Jakunin e della vedova
di Sacharov Elena Bonner. Allo stesso modo invano - e la cosa
non pu non colpire - nell'elenco dei partiti politici oggi presenti
cercheremmo le sigle delle organizzazioni clandestine degli anni
Sessanta e Settanta (Phoenix, Movimento 5 dicembre, Comitato cristiano per la difesa dei credenti, Unione panrussa socialcristiana, ecc.). Analogo discorso pu essere fatto per le organizzazioni - decine e decine (Tribuna di Mosca, Federazione dei
club socialisti, Fronte popolare, Glasnost, ecc.) - sorte negli
anni della perestro~ka e spesso per iniziativa di personalit prestigiose del dissenso interno e della cultura, come il fisico Andrej
Sacharov, gli storici Michail Gefter e Jurij Afanas'ev. Memorial fondata all'inizio del 1988 per chiedere, come pi volte era
stato promesso, che venisse eretta un monumento in onore delle
vittime dello stalinismo che non fosse per soltanto un'opera architettonica, o un centro di documentazione, ma la base di un organismo politico-culturale operante nel presente, esiste tutt'ora
ma la sua attivit e la sua presenza si sono andate progressivamente riducendo. Cos se Solzenicyn - che per, anche durante i
20 anni di esilio nel Vermont, non aveva mai mancato di manifestare il suo distacco dal mondo occidentale oltrech da quello sovietico - nel maggio 1994  tornato in Russia, nella loro grande
maggioranza i protagonisti delle battaglie degli anni Sessanta e
Settanta costretti all'ernigrazione da Breznev - da Andreij Sinjavskij a Ernest Neizvestnyj, ad Aleksandr Zinov'ev al premio Nobel Josif Brodskij - dopo essere stati a guardare da lontano l'evolversi delle cose e aver compiuto qualche viaggio a Mosca per salutare gli amici e verificare di persona che cosa era, o non era cambiato - hanno scelto di rimanere nei Paesi nei quali avevano trovato ospitalit.
 Questo anche perch nello stesso momento in cui il tanto atteso
processo di liberalizzazione e di democratizzazione si avviava in
tutti campi (scomparsa la censura di Stato potevano nascere e
nascevano di continuo nuovi giornali e nuove riviste, piccole e,
grandi case editrici, gallerie aperte ad ogni forma d'arte) quel
che veniva meno era proprio la collocazione che la societ riservava agli intellettuali e dunque la loro voce. L'intelligencija che,
riempiendo il vuoto nato dalla assenza di quelle strutture di partecipazione e di controllo che solo da una lunga stagione di costruzione democratica possono nascere, era riuscita a mantenersi fedele, sino alla perestrojka, al suo compito di custode e di garant dello spirito nazionale russo, viveva ora come ripiegata
su se stessa. Siamo un Paese colonizzato che non  pi in grado
di produrre nulla, ha detto in un'intervista (La Repubblica, 23
settembre 1994) Anatolij Rybakov, l'autore de lfigli deU'Arbat, il
pi famoso, se non il pi importante, romanzo della Russia del
post comunismo. E pi avanti: La letteratura pu influenzare la
societ ma in nessun modo pu avere influenza sulla politica. Incominciare a dire che la Russia si deve ricostruire cos o cos fa
soltanto ridere. Queste parole riflettono certo le esigenze maturate tra coloro che hanno subito per anni il peso ossessivo, e la
politica repressiva - ma anche le lusinghe e i lustrini - dell'ideologia della particit dell'arte. Ma di fatto proprio perch non hanno mai rinunciato a dire al potere che la Russia si deve ricostruire cos e non cos, la letteratura e la cultura hanno sempre
avuto nella Russia degli zar come in quella dei Soviet un ruolo
fondamentale e hanno dato all'umanit pagine tanto straordinarie. Certo non tutti hanno rinunciato a dire la loro. E su molti
temi, quelli connessi ad esempio a Stalin e pi in generale alla
storia sovietica, il lettore di oggi ha a disposizione non poche
opere importanti, incominciando dai romanzi di Rybakov. Quel
che prevale per, insieme alla tendenza, davvero assurda, a cancellare pi ancora che a rigettare il passato,  la fuga da ogni forma di impegno. Se poi si sfogliano le pagine di coloro che sono rimasti fedeli alle antiche battaglie, ci si imbatte sempre negli stessi vecchi nomi. Ecco ad esempio che a chiedere ad El'cin di non
tradire la politica delle riforme, facendo continue concessioni ai
vetero-comunisti e ai nazionalisti, sono stati nel novembre 1994,
con un appello apparso sulle Izvestija, il regista German, la poetessa Bella Akmadulina, il romanziere Vasil'ev, l'accademico
Dmitrij Lichacev, il cantautore Bulat Okudzava, gli stessi cio
che gi ai tempi di Breznev, e prima ancora di Chruscev, inviavano lettere di protesta agli uomini del Kremlino.
 Ma perch - ci si deve ancora chiedere - cos scarso  il numero
e la qualit delle opere letterarie (altro  il discorso che pu essere fatto per il cinema) che giungono a noi da Mosca rispetto agli
anni non solo del disgelo di Chruscev ma del dissenso e del
samizdat? Qualche risposta pu venire se si presta attenzione
oltre a quello che succede, o che non succede, tra i letterati, alla
crisi gravissima nella quale versa in generale la cultura scientifica. Ecco che istituti prestigiosi chiudono i battenti per mancanza
di fondi mentre scienziati e tecnici sottopagati sono spesso costretti per vivere a dedicarsi a umilianti secondi lavori (ad esempio a vendere vodka nei chioschi o a prestare servizio la notte -
come si  potuto leggere nel giugno 1994 su Moscow Times -
come poliziotti privati). C' anche chi tenta di risolvere il problema della sopravvivenza - perch di questo si tratta - vendendo
all'estero i segreti di Stato in suo possesso oppure scegliendo
la via dell'emigrazione. La fuga dei cervelli ha acquistato una
dimensione tanto rilevante da indurre gli Stati Uniti, preoccupati che con l'aiuto di scienziati emigrati da Mosca alcuni Paesi del
Terzo mondo riescano a mettere rapidamente mano alla costruzione di bombe atomiche e nucleari, ad intervenire con appositi
finanziamenti per bloccare la spinta migratoria garantendo buone condizioni di vita e di lavoro all'interno dei vecchi istituti ad
un certo numero di fisici e di tecnici atomici. Si assiste-cos alla
dispersione di un grande patrimonio di cultura. E anche questo
contribuisce ad allargare l'area della delusione. Come non vedere il segno di una bancarotta totale, anche morale, nel fatto che
persino dall'interno del famoso Istituto di fisica Kurcatov, uno
dei punti pi avanzati della scienza mondiale rimasto oggi quasi
senza fondi, uscirebbe parte di quel plutonio e di quell'uranio sul
quale non soltanto uomini di Stato pronti a tutto, ma persino bande
criminali di vari Paesi, tentano - come si sa - di mettere le mani?
 Sembrerebbe dunque - anche da questo - che lungi dall'avvicinarsene la Russia si stia allontanando sempre pi da quel processo di formazione di una societ civile che rappresenta, insieme
alla presenza di uno Stato di diritto, la condizione perch un
sistema democratico possa sorgere ed affermarsi. Non a caso, del
resto nella Russia di oggi ha una straordinaria fortuna - insieme
agli innumerevoli maghi e alle fattucchiere di ogni specie - tutto
ci che  irrazionale. Anche qui i precedenti non mancano.
Breznev - si sa - non faceva nulla senza consultarsi prima con una maga di fiducia divenuta presto popolarissima ed El'cin
ha continuato la tradizione (sostituendo per la sensitiva di
Breznev con un gruppo di esperti dell'astrologia e dei fenomeni
del paranormale, un vero e proprio centro di informazioni, diretto da un generale, Anatolij Rogozin, che ogni mattina deve presentare al Presidente un rapporto). Indicativi di quel che  mutato nella societ rispetto agli anni della speranza sono anche i dati riguardanti, insieme a quelli della droga, la diffusione degli alcoolici. Come molti avevano previsto la linea del proibizionismo tentata da Gorbacev  ben presto fallita, condannata in partenza all'insuccesso. E indubbio per che essa esprimeva il bisogno reale di tanta parte della societ di una sorta di rivoluzione culturale come premessa per pervenire all'autogoverno. Per quel che riguarda il passato i dati statistici a disposizione sono scarsi e non molto attendibili: il fatto che nel 1994 siano stati censiti 7 milioni di alcolizzati e che i danni economici causati dalla diffusione degli alcoolici siano stati stimati in una cifra che va dai 7 ai 10 miliardi di rubli all'anno sono certamente illuminanti per circa l'ampiezza raggiunta dal fenomeno.
 Quando si parla dei mutamenti intervenuti all'interno e nel
profondo della societ russa  necessario riferirsi in primo luogo
alla dimensione assunta nella vita di tutti i giorni da tutto ci che
riguarda la vita religiosa e il problema dell'appartenenza nazionale ed etnica. Ci si pu chiedere anzi se non sia proprio questa
- del ritorno alla Chiesa e dell'acquisizione di una consapevolezza nuova del ruolo del fattore nazionale - la via attraverso cui
prende forma in Russia una societ civile. Quel che soprattutto
ha pesato  certamente il vuoto lasciato dalla scomparsa - coi
suoi ideali internazionalistici, le sue certezze, i particolari meccanismi del consenso che aveva saputo utilizzare, accanto a
quelli della repressione e anche coi suoi riti - dell'ideologia unificante del comunismo. Gi si  detto delle ragioni per cui ha preso piede il nazionalismo in Russia. Non c' dubbio che per pi di
mezzo secolo la grande maggioranza dei russi (diverso  il discorso che deve essere fatto per i cittadini delle altre nazionalit)
sono vissuti come cittadini di uno Stato che affermava il primato
di ci che  internazionale rispetto a ci che  nazionale. E
non c' dubbio sul fatto che tutto questo ha giocato un ruolo
enorme dapprima nella formazione delle generazioni che si sono
via via succedute e poi, dopo il crollo, nel provocare la caduta nel nazionale. In parte il discorso vale anche per spiegare
quel che  mutato nella presenza e nel ruolo delle religioni e delle Chiese in un Paese ove l'ateismo era una dottrina di Stato.
Anche qui si  di fronte a mutamenti impressionanti che hanno 
avuto inizio con l'annullamento, avvenuto con Gorbacev che nel
settembre 1990 ha varato la legge sulla libert religiosa, della
precedente politica dell'ateismo di Stato. I sondaggi dicono in-
fatti che il 70~o dei russi proclamano di aver fiducia prima di tut-
to nella Chiesa e ancora che il 40~o di coloro che sino a ieri si pro-
fessavano atei si proclamano adesso credenti. (Tra i convertiti -
si pu aggiungere - non mancano nomi prestigiosi, incomincian-
do da quello di El'cin, per non parlare, andando al di l delle
frontiere della Russia, di Sevardnadze, oggi Presidente della
Georgia dopo essere stato dapprima segretario del Partito co-
munista georgiano e poi ministro degli Esteri di Gorbacev.) E
possibile dunque avanzare l'ipotesi che se oggi nelle centinaia di
chiese di Mosca riaperte al culto (erano soltanto 47 pochi anni or
sono ma potrebbero tornare ad essere centinaia come nel passa-
to, se non 2000 come nel 1600)  possibile incontrare ogni dome-
nica molti, se non la maggioranza, degli atei di ieri,  anche per-
ch, in assenza di altre strutture e ideologie unificanti,  la reli-
gione che, almeno in parte, si fa strumento della costruzione del-
lo Stato. Anche per questo si sbaglierebbe a vedere nello
sviluppo avuto, e in forme spesso spettacolari, dalla vita religiosa
in tutti i suoi aspetti (aumento del numero dei credenti e dei pra-
ticanti, restituzione al culto degli edifici religiosi che lo Stato ave-
va incamerato, presenza - in generale - della Chiesa, anzi delle
Chiese, nella vita di ogni giorno) semplicemente un aspetto della
crisi della politica. Infine un segno indicativo del formarsi di una
societ civile - ma qui sarebbe pi opportuno parlare di coscien-
za civile - sta nell'accresciuta sensibilizzazione dell'opinione
pubblica di fronte ai problemi della difesa del patrimonio cultu-
rale del passato e dell'ambiente. In particolare  infatti grazie
alle denunce avanzate da gruppi sorti spontaneamente` un poco
ovunque che  stato possibile disegnare e aggiornare di continuo
la carta dei gravissimi problemi di inquinamento determinati
dall'irresponsabile leggerezza con la quale l'industrializzazione 
stata spesso portata avanti. (Si pensi ai danni causati in 14 regio-
ni per 55.000 krnq dallo scoppio della centrale di Cernobyl, ai
550.000 ettari di bosco distrutti attorno al complesso siderurgico
di Norilsk, a quel che  avvenuto e avviene sulle coste e nelle ac-
que dei mari e dei laghi che bagnano la Russia.)

12. Un'eredit difficile da gestire

 Sin dal primo momento, e non soltanto per la presenza alla sua
testa di tanti uomini provenienti dalla nomenklatura sovietica, la
vita dello Stato russo  stata dominata dal peso enorme dell'eredit dell'uRss. Un'eredit che per quel che riguarda vari aspetti
del ruolo internazionale (lo status di grande potenza nucleare e
il seggio al Consiglio di sicurezza dell'oNu anzitutto) i dirigenti
di Mosca, prendendo atto di quel che era mutato con la fine del
sistema bipolare, hanno subito rivendicato, e non senza successo,
di fronte ad una comunit mondiale preoccupata per le conse-
guenze cui si sarebbe potuto giungere in seguito al vuoto che si
era venuto a creare col crollo dell'uRss. Quel che si temeva era
che il processo di disgregazione avviato nel continente di quello
che era stato l'impero sovietico fosse destinato a continuare 
inarrestabilmente.
 Per porre un argine alle spinte centrifughe gi, come si  detto,
il 21-22 dicembre 1991 e cio a sole due settimane dall'incontro
di Minsk, i rappresentanti di 11 Repubbliche dell'ex URSS (e cio
tutte con l'esclusione di quelle baltiche e della Georgia) si riunirono nella capitale del }~zakistan, Alma Ata, per dar vita alla
Comunit degli Stati indipendenti (CSI). La fretta con cui si ag
era anche dettata dal fatto che le rotture intervenute tra le realt
socio-economiche delle varie repubbliche ponevano in discussione in pi di un caso questioni di vita o di morte per una fabbrica, una citt, un'intera collettivit (si pensi alle industrie che ora dovevano rivolgersi ad un Paese divenuto~improvvisamente straniero per richiedere le materie prime necessarie per la produzione o per potere ultimare, coi pezzi provenienti da altre aziende,
l'assemblaggio finale del prodotto; alla rete dei trasporti stradali,
ferroviari ed aerei ancora tutti convergenti verso Mosca, ecc.).
Ad Alma Ata vennero sottoscritti numerosi accordi diretti proprio a salvaguardare - ponendo alla loro base il principio della
parit - quel che si riteneva vi fosse di irrinunciabile all'interno
del sistema delle vecchie relazioni. Sin dal primo momento - anche perch cos hanno voluto i suoi fondatori - la CSI non si  presentata sulla scena come URSS riformata e neppure come avvio verso la nascita, su basi confederali, di un nuovo Stato unitario.
 Anche il progetto - se mai c' stato - di dar vita ad una comunit slava (comprendente cio i tre Stati che avevano sottoscritto
l'accordo di Minsk)  caduto ben presto, dapprima per le reazioni negative delle Repubbliche dell'Asia centrale e poi per l'aprirsi di una situazione conflittuale, che doveva ben presto rivelarsi assai grave, fra la Russia e l'Ucraina.
 Nonostante l'esistenza di tante ragioni politiche, economiche e
anche attinenti ai fattori demografici (si pensi ai grandi movimenti di popolazione da una Repubblica all'altra che si sono verificati durante i 70 anni del potere sovietico in uno Stato ove circa la met della popolazione, come  stato detto, non vive laddove  nata) che avrebbero dovuto spingere, come avevano ritenuto
i sostenitori dello Stato unitario, a mantenere in piedi qualcosa
di simile all'uRss, diventava difficile dunque anche soltanto pensare di conservare una moneta unica e di dar vita ad una zona di
libero scambio. Per quel che riguarda la Russia il dopo URSS
veniva reso pi grave dal fatto che il nuovo Stato, proprio perch
si era presentato sulla scena come principale, se non unico, erede
dell'uRss (e come tale era stato riconosciuto da un Occidente
che, come si  detto, temeva che dal crollo potessero aprirsi conflitti pericolosi, anche nucleari, che avrebbero potuto coinvolgerlo) aveva dovuto assumere nelle proprie mani una serie di impegni molto gravosi. Questi impegni riguardavano in particolare
il vecchio debito dell'Unione Sovietica (stimato in 85-87 miliardi
di dollari nel 1993) nonch le spese per l'Armata rossa all'interno dell'ex URSS e, all'esterno, nella Cecoslovacchia e soprattutto
nell'ex RDT, nonch la questione del controllo delle armi nucleari presenti oltrech nella Russia anche nell'Ucraina, nella Bielorussia e nel Kazakistan. Su tutte queste questioni un certo numero di accordi vennero raggiunti gi nelle prime riunioni della csl,
non per col Kazakistan, la Bielorussia e l'Ucraina, e soprattutto
con quest'ultima, sui temi del controllo delle armi nucleari e del
mantenimento degli impegni presi dall'uRss sul disarmo. E questo perch i dirigenti kazaki, bielorussi e ucraini - alle prese con
gravi problemi interni - tentarono di utilizzare la presenza sul
loro territorio degli ordigni nucleari dell'ex Armata rossa per
trattare da posizioni pi forti con gli Stati Uniti e gli altri Paesi
occidentali nonch con la stessa Russia, le questioni dei prestiti e
degli aiuti.
 Tra la Russia e l'Ucraina si apr ben presto un confrnto - che
doveva giungere pi di una volta sino ai limiti di un vero e proprio conflitto - sulla sorte della flotta da guerra del mar Nero, in
gran parte concentrata nella base di Sebastopoli, e - soprattutto
- della Crimea, la penisola che nel 1954 Chruscev, per celebrare
i tre secoli di unione fra la Russia e l'Ucraina, aveva assegnato a
quest'ultima ma che era abitata prevalentemente da russi. Nel
momento in cui rivendicava la Crimea, la Russia doveva fare i
conti poi col problema rappresentato dalla presenza al di l delle
frontiere del nuovo Stato, soprattutto nell'Ucraina, nel Kazakistan, nella Moldavia e nei Paesi baltici, di forti minoranze russe
(per un totale, come si  gi detto, di almeno 25 milioni). Si trattava in qualche caso (Moldavia, Crimea) di minoranze combattive, decise a chiedere se non sempre il ritorno dei loro territori alla Russia, almeno sostegno e protezione a Mosca. In altri casi (Lettonia, Estonia, Lituania) vi erano minoranze alle quali con provvedimenti discriminatori erano stati tolti, o considerevolmente ridotti, i diritti fondamentali (come quello di cittadinanza). Per affrontare questi temi, e in assenza di validi terreni politici di incontro, la Russia utilizz nei Paesi baltici la presenza dei
presidi nonch delle basi aereo-navali dell'Armata rossa, condizionando il ritiro delle forze militari al raggiungimento di accordi relativi allo status delle minoranze russe col residenti.
 N l'utilizzazione dell'ex Armata rossa ai nuovi fini politici della difesa della Russia e delle sue posizioni nei confronti degli altri
Paesi dell'area ex URSS si  limitata ai Paesi baltici. Dalla Moldavia, al Caucaso, all'Asia centrale, oltrech all'interno stesso della
Russia, le sue truppe sono spesso impegnate in operazioni militari anche di non piccola mole, ora per difendere le minoranze
russe, ora come vera e propria forza di polizia per tentare di sedare - come forza sopra le parti - i conflitti locali, ad esempio fra
gli osseti del Sud e gli ingusci e, ancora, fra gli abchazi e i georgia-
ni (ma talvolta anche per parteciparvi cos da condurli verso esiti
ad essa favorevoli).
 Nel modo pi esplicito questi nuovi e specifici compiti delle forze armate sono indicati nei documenti ufficiali sulla politica estera (nei quali si tende ad ottenere dall'Occidente il riconoscimento del ruolo che la Russia ha, o meglio aspira ad avere, come forza di pace in un'area che considera sottoposta alla propria influenza) nonch in quelli relativi alla dottrina militare dello
Stato (si veda in particolare il documento reso noto nel novembre 1993 dal ministro della Difesa Pavel Gracev). Tuttavia questo ruolo politico che i dirigenti di Mosca, incominciando da El'cin, hanno cercato di assegnare alle forze armate viene spesso
contestato anche assai duramente. Da una parte all'interno degli
Stati maggiori si giunge spesso a veri e propri atti di sfida nei confronti del potere. (E questo con le motivazioni pi diverse: perch, ad esempio, si  contrari ad una politica di riforme economiche e di privatizzazione che tenderebbe inevitabilmente a colpire
in primo luogo - si teme a ragione o a torto - le grandi industrie
militari, o anche perch - e lo si  visto nei giorni della guerra cecena - ci si ribella all'idea che soldati russi possano essere chiamati a far fuoco contro loro compatrioti.) Dall'altra i politici di
Mosca devono fare i conti con la particolare situazione di frustrazione in cui versano molti ufficiali e soldati. Si pensi al dramma dei militari costretti a restare anni e anni, ben al di l del periodo di ferma, lontano dal Paese nelle caserme e nei presidi della Germania orientale, dei Paesi baltici, e della Polonia, spesso soltanto perch non c'era posto in patria per assicurare a tutti una casa e un lavoro (e in molti casi costretti per vivere - essi, gli
eredi di coloro che avevano sconfitto Hitler - a vendere, col tacito consenso degli alti comandi privi di mezzi per garantire il necessario ai presidi, nei mercatini delle pulci materiali di ogni genere - divise, colbacchi, onorificenze ma anche armi - dell'Armata rossa). E ancora si pensi alle continue e umilianti ritirate -
dall'Afghanistan ma soprattutto dall'Europa orientale e dalla
Germania (da dove le ultime truppe russe sono partite alla fine
di agosto 1993 dopo che nell'aprile precedente il governo tede-
sco si era impegnato a finanziare il loro ritiro con un prestito di 4
miliardi di dollari).

13. spinte disgregatrici e riflessi imperiali.

 Sin dal primo momento le principali preoccupazioni del gruppo
dirigente russo hanno riguardato la questione della natura e della stessa integrit territoriale dello Stato all'interno del quale
operavano poderose spinte centrifughe non molto diverse da
quelle che avevano portato al sorgere nei territori dell'ex URSS
degli Stati indipenderiti. La gravit e l'ampiezza della spinta disgregatrice  venuta alla luce nel dicembre 1994, nei giorni cio
della guerra scatenata dalla Russia contro la Cecenia, una piccola
Repubblica del Caucaso ricca di petrolio e abitata da una popolazione turco-musulmana. Non si era per di fronte semplicemente alla questione dell'indipendenza della Cecenia e alla prospettiva - come da pi parti si temeva - che il movimento secessionista potesse allargarsi alla vicina Inguscetija e ad altre Repubbliche del Caucaso. E questo non solo perch anche la Tatarija
(Tatarstan), collocata nel centro della Russia, ma abitata per la
maggioranza da una popolazione di origine turca  di religione
musulmana sunnita, e - ancora - la Repubblica di Tuva, situata
questa nella Siberia meridionale ai confini con la Mongolia e abitata da una p~polazione di origine mongola, avevano non solo
proclamato gi nel 1990 l'indipendenza, ma rifiutato, insieme
alla Cecenia, di aderire al Trattato federativo (sia pure per raggiungere con la Russia - si veda soprattutto il documento sottoscritto dal Tatarstan dopo un anno di trattative - accordi che modificavano il precedente status di autonomie). La verit  che,
venuto meno il collante rappresentato dalla forza, dal prestigio
internazionale, ma anche dall'ideologia e dall'autoritarismo, e di
fronte alla perdita di potere, dapprima con Gorbacev e poi con
El'cin, dei governi centrali, prendevano piede e in pi punti, suscitate da movimenti nazionalisti che in pi di un caso erano nati
all'interno dei partiti comunisti locali, una serie di situazioni assai gravi che mettevano a dura prova la capacit di tenuta dello Stato unitario. Alcune di queste situazioni di crisi si presentavano come veri e propri conflitti territoriali dovuti al modo col quale erano stati tracciati nel passato i confini di Stato (ad esempio
per il Transniestr nella Moldavia ai danni della Romania) oppure (ad esempio nell'area del Caucaso) i confini fra le varie Repubbliche dell'Unione. In pi di un caso - prima di tutto laddove
nel diciannovesimo secolo la colonizzazione russa (col sostegno in pi occasioni degli  armeni, degli osseti e dei georgiani) aveva dovuto fare
i conti con le resistenze e le rivolte dei popoli musulmani del
Caucaso del Nord e del Daghestan - questi conflitti avevano assunto un netto carattere antirusso seppure non sempre separatista. In altre aree - ad esempio a Kyzyl-Orda, capitale di Tuva non solo si sono verificati incidenti e conflitti anche sanguinosi,
ma si  determinata una situazione tanto critica da costringere
una parte della popolazione russa a trasferirsi altrove. (Non si
trattava anche qui di un caso isolato: basti dire che fra il 1993 e la
prima met del 1994 circa 2 milioni di russi sono rientrati in patria, in gran parte fuggendo dalle altre repubbliche mentre oltre
400.000 sono coloro che nello stesso periodo hanno lasciato il
Paese.) Sull'onda di grandi manifestazioni per l'indipendenza
anche la Baskirija (Baskortostan), che alla fine del 1993 si era
data una Costituzione repubblicana in pi punti decisamente
contrastante con quella federale, ha ottenuto dal potere centrale
di essere riconosciuta come Stato sovrano, con diritto quasi
esclusivo di disporre delle proprie ricchezze naturali (petrolio).
 Anche vari gruppi etnici minori, tra i quali alcuni non strettamente collegati ad un preciso territorio, hanno incominciato a
far sentire la loro voce e a dar vita a movimenti e a forme di associazione di varia natura. In taluni casi sono persino riusciti a
creare realt semistatuali e a conquistare aree di reale autonomia. E il caso oltrech del Congresso del popolo tataro (che ha
una giurisdizione su oltre 5 milioni di appartenenti alla comunit
sparsi, al di l del Tatarstan, un poco in tutto il Paese) dell'Associazione - divenuta poi Confederazione - dei popoli del Caucaso. Le popolazioni cosacche sono riuscite dal canto loro a dar
vita, oltre ad una serie di organizzazioni per la difesa e lo sviluppo delle loro tradizioni e cultura, anche a strutture militari che
solo in qualche caso sono poi entrate a far parte, come forze speciali di frontiera, dell'esercito regolare.
 N il processo riguardava soltanto le popolazioni non russe.
Spinte verso l'autonomia e in qualche caso verso l'indipendenza
si sono verificate infatti anche dall'interno della pi profonda Russia. Il 29 settembre 1993 i rappresentanti di 14 assemblee elettive
delle regioni siberiane riuniti a Novosibirsk si sono ribellati apertamente ad El'cin che aveva revocato il potere dei Soviet territoriali e, minacciando il blocco delle forniture di carbone, di gas e
di petrolio destinate all'esportazione, l'interruzione delle forniture di energia elettrica e la chiusura della ferrovia transiberiana
hanno chiesto a Mosca con un vero e proprio ultimatum che entro l'ottobre 1993 venisse indetto un referendum sulla formazione di una Repubblica siberiana. Ad avviare la rivolta era stato
Vitalij Mucha, fondatore nel 1990 dell'Associazione interregionale del Patto siberiano che univa una serie di entit territoriali
di vario tipo (dai territori autonomi dell'Altaj e di Krasnojarsk, ai
circondari dei Taimyrskij, degli Evenkijskij, degli Aginskij-Buriatskij, degli Ust' Ordinskij, alle regioni autonome di Kemerovo, Novosibirsk, Omsk, Tomsk, Irkutsk, Cita, alle Repubbliche
autonome di Altaj, della Burjatija, di Tuva). Nel passato Mucha
era stato primo segretario delle organizzazioni del PCUS di Novosibirsk e giacch anche quasi tutti coloro che con lui avevano fondato l'associazione del Patto siberiano erano stati alti dirigenti
del partito, la minaccia potenzialmente secessionista proveniente dalla Siberia venne subito considerata un tentativo della vecchia nomenklatura di conservare le posizioni di potere. Poco
dopo El'cin, favorito anche dal fatto che l'Associazione siberiana
aveva legato la sua sorte a quella del vice Presidente Ruckoj e a
Chasbulatov, e cio a coloro che dovevano uscire sconfitti dalla
battaglia di Mosca del settembre-ottobre 1993, ha potuto respingere la minaccia. Vitalij Mucha, cos come il Presidente del
Soviet di Kemerovo, Aman Tuleev (che all'assemblea di Novosibirsk aveva proposto di proclamare subito la Repubblica siberiana) venne destituito. Ma i fatti dovevano dimostrare che non si
era di fronte soltanto al tentativo dei vecchi quadri di rimanere al
loro posto. Quel che la fine dello Stato unitario aveva messo in
discussione era chiaramente un nuovo patto oltrech fra il popolo russo e gli altri popoli~anche fra il potere e i cittadini, fra il centro e la periferia. E a provarlo c' era quel che accadeva nello stesso
periodo nella regione di Sverdlovsk, che si era proclamata Repubblica degli Urali, in quella di Vologda, autoproclamatasi Repubblica autonoma nel maggio 1993, cos come a Vladivostok (territorio di Primor'e) ove lo statuto di Repubblica autonoma venne chiesto con un referendum popolare dal Parlamento regionale. Si dir che in questi casi si era di fronte non gi ad iniziative spiccatamente di carattere separatistico ma a proposte dirette ad ottenere maggiore autonomia all'interno della Federazione russa. Che potr succedere per se le autonomie tanto a lungo richieste non verranno concesse? Dato che l'impoverimento della Siberia - ha scritto Sislo nell'articolo gi citato -  la conseguenza pi terribile della dissoluzione dello Stato centralizzato, necessariamente le regioni siberiane, abbandonate ora al loro destino, devono cercare autonomamente una via di salvezza,
per cui se Mucha  stato battuto  rimasto per il suo programma, sono rimasti i problemi irrisolti dell'autonomia delle regioni
della Russia e pi in generale  rimasto il problema del federalismo.
 Che la questione dell'istaurazione di rapporti nuovi fra il centro
e la periferia, e cio della fondazione di un nuovo Stato sulla
base di un nuovo contratto fra i popoli che lo abitano, sia oggi
centrale  dimostrato dal modo col quale la materia  regolata.
La Russia comprende oggi ben 89 distinte entit territoriali: 21
Repubbliche autonome (rispetto alle 16 precedenti), 1 Regione
autonoma ebrea (il Birobidzan, assegnato - ma con poca fortuna
- agli ebrei come terra promessa negli anni- Trenta), 10 Circondari nazionali autonomi (okrug), 49 Regioni (oblast), 6 Territori (kraj), 2 citt-regione (Mosca e Sankt Peterburg). (Si vedano nell'appendice i dati completi riguardanti il sistema amministrativo come risulta dalla Costituzione approvata con referendum popolare il 12 dicembre 1993.)
 Non c' forse un Paese al mondo che abbia un sistema pi complesso e articolato e anche pi confuso e aperto al sorgere - dato che ogni soggetto pu essere tentato di passare da uno status inferiore a quello superiore
- di conflitti anche molto gravi. Rimane da chiedersi quale influenza abbia avuto e abbia sulle spinte disgregatrici e sui riflessi
imperiali che continuano a muovere Mosca la questione dello
scambio ineguale che ha caratterizzato i rapporti fra zone e
zone dapprima nell'impero zarista e poi, sia pure in forme diverse e con motivazioni diverse, nell'uRSS.
 La verit  che il processo di disgregazione dell'impero russo
non si  concluso - e non poteva concludersi - con la fine dell'URSS e con la trasformazione delle varie Repubbliche che la
comprendevano in altrettanti Stati indipendenti: esso  continuato e continua laddove di fatto l'impero russo vive ancora
come tale continuando ad esempio a guardare alle aree del Nord,
del Caucaso e della Siberia ricche di materie prime e di petrolio,
come a colonie da sfruttare. Anche qui ci si trova di fronte a
protagonisti che solo in parte sono nuovi. A presiedere il governo fantoccio della Cecenia messo in piedi a Mosca allorch
venne deciso nel dicembre 1994 di usare le maniere forti contro il regime di Dudaev,  stato messo ad esempio l'ex ministro
sovietico del petrolio. Uomini della vecchia nomenklatura si trovano poi alla testa delle varie compagnie sorte in gran fretta e
non sempre in modo chiaro per dividersi ed esportare il petrolio
russo. (L'affare ammonterebbe ad oltre 15 mila miliardi di lire
e una di queste compagnie, la Rostoplovo, sarebbe nelle mani,
secondo il Financial Times, dello stesso El'cin.) N - si deve aggiungere - si  di fronte soltanto al problema rappresentato dalla
spinta imperiale della Russia.
 Il crollo dell'uRss, e - insieme - la presenza al di l delle frontiere sud orientali della Russia di un mondo islamico che, seppure non sia tutto riconducibile al fondamentalismo,  per sempre
in ogni caso in espansione, ha inevitabilmente portato ad un impegno nuovo nell'area delle altre potenze, oltrech delle principali compagnie petrolifere. Basti dire che sono almeno venti le
grandi societ petrolifere occidentali interessate ai giacimenti di
greggio del mar Caspio e dunque agli oleodotti e ai gasodotti in
funzione e a quelli progettati per il trasporto del petrolio attraverso il territorio russo. Si pu dunque davvero sostenere come
ha fatto Zorez Medvedev (l'Unit, 9 febbraio 1995) che forse la
guerra di Cecenia non sarebbe nata, col tacito consenso degli occidentali, che per permettere alla Russia di garantire il normale
funzionamento delle linee di trasporto che attraversano la Cecenia e di bloccare le spinte separatiste presenti soprattutto nell'area del Caucaso.
 Certo il fatto che per piegare la Cecenia, Mosca non abbia esitato a far ricorso alla potenza distruttiva delle armi (le vittime tra
militari e civili sarebbero state circa 25.000) pu forse aver bloccato per qualche tempo le spinte disgregatrici. E per significativo che proprio nei giorni della guerra e, successivamente, per avviare trattative tra le parti, alcune Repubbliche autonome della
Federazione russa si siano mosse come forza di mediazione fra
Mosca e Groznyj, e dunque come corpi separati e distinti. O che
il Presidente della Cuvasija, Nikolaj Fedorov, che in precedenza
era stato un discusso ministro della Giustizia del governo di
El'cin, abbia emesso un decreto - subito invalidato dal potere
centrale ma non per questo meno significativo - col quale si intendeva garantire ai giovani cuvasi che si trovavano sotto le armi
la possibilit di rifiutare di svolgere il servizio militare nella Cecenia. Il Presidente della Baskirija, Murtaza Rakimov, ha fatto
poco dopo altrettanto e ha accettato la proposta di un incontro
interrepubblicanO a livello regionale. La Russia sar Russia - si
afferma nel documento sottoscritto a Ceboksarij, capitale della
~p, dai rappresentanti delle Repubbliche del Caucaso convocati da Fedorov - solo quando si ricorder di essere un Paese
multinazionale e multiconfessionale, uno Stato democratico e
federale che rispetti i propri cittadini. Ma riuscir la Russia ad
avviare e a condurre in porto quella riforma radicale dei rapporti
fra centro e periferia che sola potrebbe permetterle di continuare ad essere uno Stato unitario entro i suoi attuali confini? Quel
che colpisce  che - salvo qualche eccezione - anche le forze e gli
uomini dell'opposizione democratica che pure, come ha fatto ad
esempio Gajdar, hanno duramente condannato El'cin per la
guerra di Cecenia, non hanno sollevato la questione della riforma dello Stato e cio di quel che occorre fare - modificando anzitutto e in punti essenziali la Costituzione centralistica approvata nel dicembre 1993 - per trasformare l'ex impero - quel che rimane di esso - in una comunit di Stati e di popoli liberi. Se la Russia non riuscir a darsi un ordinamento statale pi democratico e omogeneo - ha scritto a questo proposito Olga Vasileva sul n. 20,1995 di Novoe Vremja - se non sapr mettere a punto
meccanismi che consentano il funzionamento di una societ
multietnica, l'intreccio dei diversi nazionalismi potr avere conseguenze sanguinose.

14. La battaglia di Mosca.

 Se la rottura col passato e la nascita della nuova Russia sono apparse subito personificate nella figura di Boris El'cin - che pure,
come si  visto, veniva dalla nomenklatura sovietica -  stato
per il Parlamento, e cio il Congresso dei deputati e il Soviet supremo della ex Repubblica federativa russa scaturiti delle elezioni del marzo 1990, a rivelarsi il principale strumento di continuit politica col passato. Questo, forse inevitabile (giacch nessuna
cosa pub nascere nel vuoto) peccato originale del nuovo Stato
russo, non divenne per subito palese: fu anzi grazie al Parlamento e attraverso il Parlamento che El'cin port avanti la rottura con Gorbacev e con l'URSS (proclamando lo scioglimento del
PCUS, avviando la riforma del KGB, ecc.) sicch anche per sua
scelta venne presto scartata l'idea di dar vita rapidamente ad
un'assemblea Costituente avente il compito di dare basi sicure -
e sicure perch fondate sulla nuova rea1t del postcomunismo -
al nuovo Stato.
 Rifiutando la via di dare subito alla Russia istituzioni proprie e
confacenti al nuovo stato di cose, si contribuiva a creare una situazione fortemente contraddittoria che non poteva che determinare - come poi si verific puntualmente - un conflitto grave e
senza soluzione che non fosse la sconfitta e l'uscita dalla scena di
una delle forze in campo. Da una parte c'erano le forme ancora
incerte del nuovo Stato, con le forze e con gli uomini (prima di
tutto il suo Presidente, eletto nel giugno 1991 ma che sar poi
confermato, e dunque pienamente legittimato nel suo ruolo di
fondatore del nuovo Stato, col referendum dell'aprile 1993) che
si muovevano nella nuova realt statale, e dall'altra c'erano una
Costituzione e un Parlamento non soltanto nati nel vecchio Stato
ma spinti a guardare ad esso come ad un modello da recuperare.
 Ad El'cin e ai suoi uomini non sfuggiva certo il fatto che fosse
necessario fare i conti con le vecchie istituzioni. Invece di affrontare il problema nei suoi termini istituzionali venne scelta la strada, che doveva rivelarsi del tutto improduttiva oltrech assurda
come mezzo per liquidare il passato, del tentativo di mettere sotto processo il PCUS, e con esso Gorbacev. (Quest'ultimo, ora solo
Presidente della Fondazione di studi e di ricerche politiche che
aveva creato insieme al gruppo dei pi stretti collaboratori, era
tagliato fuori dalla possibilit di far politica all'interno della Russia perch inviso ad un tempo ai nazionalisti, ai comunisti dei
vari partiti e ai democratici.) Concentrando l'attacco contro il
vecchio Partito-Stato e contro l'ex Presidente dell'uRss, El'cin
non faceva per che allargare il conflitto ad altre forze e in particolare alla Corte costituzionale. Dopo aver istruito un vero e proprio processo (al quale Gorbacev, chiamato come teste, rifiut di
partecipare) la Corte emise alla fine un verdetto salomonico: la
sentenza emessa da una parte confermava la validit del decreto
che era stato emesso da El'cin il 23 agosto 1991 (e cio subito
dopo il tentato golpe) per interdire le strutture organizzative
verticali del PCUS, e proclamava che il patrimonio del Partito
doveva essere confiscato e restituito allo Stato, ma dall'altra precisava che le organizzazioni di base del PCUS, quelle cio orizzontali, potevano proseguire nella loro attivit.
 Quel che era fallita con la sentenza della Corte costituzionale
era l'idea, che se non El'cin qualcuno accanto a lui aveva sicuramente vagheggiato, di una clamorosa Norimberga del PCUS -
e di un PCUS che andava da Stalin, anzi da Lenin, a Gorbacev -
come fondamenta del nuovo Stato. Si inseguivano cio i fantasmi e si suscitavano nel Paese e fuori di esso allarmi sulla tenuta
democratica del gruppo dirigente, mentre di fatto il conflitto reale
fra vecchio e nuovo si apriva - e non poteva non aprirsi - che a livello istituzionale, fra il vecchio Parlamento, divenuto sempre
pi forza di opposizione, e, in assenza di un blocco democratico
riformatore per le continue rotture che si verificavano all'interno
di coloro che avevano sostenuto all'inizio El'cin, il potere presidenziale e la persona del Presidente.
 Questo conflitto, che doveva essere gravido di conseguenze negative e anche tragiche, si apr gi all'inizio del 1992 quando, il 13
gennaio, e cio undici giorni dopo la riforma dei prezzi, il Presidente del Soviet supremo, Ruslan Chasbulatov, chiese le dimissioni del governo, allora presieduto direttamente dallo stesso
El'cin e prosegu lungo l'intero primo anno di vita del nuovo Stato nonostante le non poche concessioni fatte agli oppositori dal
Presidente e culminate, dopo il parziale allontanamento di Gennadij Burbulis e di Michail Poltoranin, con la sostituzione di Gajdar (721 voti contro 400) con Viktor Cernomyrdin, un uomo politico centrista ma non inviso all'opposizione.
 La prima grave rottura  stata quella maturata fra il Presidente
e il suo vice Ruckoj, rapidamente divenuto, insieme a Chasbulatov, non solo il massimo rappresentante della opposizione frontale ad El'cin ma l'esponente pi attivo delle forze che si richiamavano al passato. (Durante la battaglia di Mosca del settembre-ottobre 1993 sar proprio Ruckoj a patrocinare il ritorno
all'URSS.) Per far fronte all'opposizione El'cin si circonda sin
dal primo momento di uomini fidati. (Cos nel gennaio 1992 SOstituisce alla testa della sua amministrazione A. Petrov con S. Filatov, colloca V. Bragin alla testa della TV di Ostankino e incarica
M. Poltaranin di controllare le agenzie di stampa e nel loro insieme le reti televisive.) Infine il 10 marzo si presenta davanti al Parlamento illustrando le linee generali della nuova Costituzione
che dovr essere basata - afferma - sull'attribuzione di un forte
potere al Presidente. Nella stessa occasione proclama la sua volont di indire un referendum per mettere fine al dualismo di potere: saranno gli elettori - dice - a scegliere una volta per tutte
fra il Presidente e il Parlamento di Chasbulatov. Quest'ultimo si
spinge sino a chiedere il 28 marzo la destituzione del Presidente
(e la richiesta sar respinta per soli 13 voti). Superando le resistenze della Corte costituzionale El'cin indice infine il referendum conseguendo un successo certamente di misura ma tuttavia
reale. (Il 58,7% dei votanti conferma la fiducia nel Presidente
che da qual momento rappresenta indubbiamente - a fronte di
un Parlamento ancora espressione della vecchia URSS- l'unico
potere pienamente legittimato ad operare nel nuovo Stato, mentre il 53% approva la politica economico-sociale del governo e il
67,17% si pronuncia per elezioni politiche anticipate.)
 Tuttavia l'opposizione non demorde e il conflitto fra i due poteri sempre pi opposti e inconciliabili continua. Mosse e contromosse si susseguono freneticamente: il Fronte della salvezza
nazionale chiede (24 luglio) la soppressione di quasi tutte le
funzioni del Presidente e la loro attribuzione al Parlamento che,
dal canto suo, annulla col voto un decreto presidenziale sulle privatizzazioni; El'cin annuncia (12 agosto) le elezioni politiche per
l'autunno, d vita (13 agosto) ad una sorta di parlamentino alternativo (Consiglio della Federazione formato dai rappresentanti
delle diverse Repubbliche della Federazione). Infine, dopo aver
ammesso per la prima volta (19 agosto) che gi nel 1991 si sarebbe dovuto eleggere il nuovo Parlamento sospendeva Ruckoj da
ogni funzione di vice Presidente e il 21 settembre scioglieva il
Parlamento e indiceva le elezioni per il 12 dicembre. La risposta
dei suoi avversari era immediata e la battaglia correva cos verso
il suo tragico epilogo: Ruckoj, privato di ogni potere, denunciava
il colpo di Stato del Presidente e il Soviet supremo lo eleggeva
nuovo capo dello Stato destituendo El'cin. Contemporaneamente Chasbulatov invitava i parlamentari a non lasciare la Casa
Bianca (nella quale venivano introdotte armi e armati) e i cittadini a difendere il Parlamento. Anche se all'inizio solo poche centinaia di persone, accogliendo gli appelli dell'opposizione, scendevano nelle strade, El'cin, forte anche dall'atteggiamento dei
governi dell'Occidente (non per dell'opinione pubblica) e della
CSI, chiedeva a coloro che avevano occupato illegalmente la sede
del disciolto Parlamento la consegna delle armi e la resa senza
condizioni.
 La risposta di Ruckoj e di Chasbulatov - mentre cadevano vari
tentativi di mediazione tra i quali quello attuato dal patriarca
Alessio II - era un nuovo appello alla popolazione che veniva invitata ad impadronirsi del Municipio, del palazzo della TV centrale e poi dello stesso Kremlino. Iniziava cos - mentre davanti
alla sede della TV di Ostankino si contavano i primi caduti - la
battaglia di Mosca che si concluder nel sangue il 4 ottobre,
quando, precedute dal fuoco dei carri armat che circondavano il
palazzo, le forze armate, su ordine di El'cin e degli alti comandi
militari che sino a quel momento erano apparsi divisi ed incerti,
davano l'assalto alla Casa Bianca e traevano in arresto sia
Ruckoj che Chasbulatov.
 El'cin aveva dunque vinto e la Russia poteva ora avere, con le
prime elezioni libere, il suo Parlamento e la sua Costituzione. Al
di l della Russia i dodici paesi dell'Unione europea, pur avendo
parole di cordoglio per le vittime, affermavano che il ricorso alla
forza contro un'opposizione che era giunta a lanciare appelli alla
popolazione perch abbattesse lo Stato, era divenuto inevitabile.
Ma all'interno del Paese il sangue sparso sulle strade della capitale e all'interno della Casa Bianca (le cifre ufficiali parlano di
147 morti ma in realt il numero delle vittime sarebbe molto superiore) aveva creato un solco profondo fra il Presidente e una
parte notevole delle forze politiche e sociali che lo avevano sino
a quel momento sostenuto. Il fatto che carri armati russi abbiano
aperto il fuoco contro la sede del Parlamento russo pesava come
un macigno e invano El'cin, rifiutando di indossare i panni del
vincitore, affermava che tutte le vittime erano ragazzi della
Russia. Quel che  avvenuto fra El'cin e le forze armate - e
all'interno delle forze armate ove si sono chiaramente fronteggiate nei giorni della crisi forze e tendenze diverse - faceva poi
sorgere altri inquietanti interrogativi. C'era chi parlava di El'cin
come di un prigioniero dei generali e chi avanzava dubbi sulla
possibilit che - dopo quel che era accaduto - si potesse davvero
giungere in pochi mesi a restituire la parola alla politica con elezioni democratiche. Questo anche perch un certo numero di
partiti e di gruppi politici - tra i quali quelli che facevano capo al
Fronte della salvezza nazionale - vennero sciolti d'autorit e
quindi privati della possibilit di partecipare alle elezioni per
l'atteggiamento tenuto nel corso della battaglia di Mosca.

15. Dalle elezioni di dicembre alla svolta nazionalista.

 Il 12 dicembre 1993 si vot regolarmente e la Russia ha potuto
cos avere la sua prima Costituzione e il suo primo Parlamento
nazionale.
 Il voto ha tuttavia dimostrato che un abisso divideva il potere, o
meglio, nel suo insieme la classe politica della nuova Russia, dal
Paese.
 Un abisso fatto di caduta - come si  detto - di fiducia nella politica, e anche nelle capacit taumaturgiche del capo popolo
da parte di grandi masse (la partecipazione al voto si  rivelata
inferiore del 10% rispetto a quella avutasi nel referendum del 25
aprile) e, da parte della classe politica moscovita, di non conoscenza di quel che stava maturando tra la gente. Radicali e democratici si cullavano infatti - e cos  stato sino all'ultimo - nella
illusione di una sicura e facile vittoria. L'ottimismo era accresciuto dalla diffusione dei dati, che dovevano rivelarsi del tutto infondati, forniti da agenzie spesso improvvisate sui sondaggi d'opinione. Basti dire che al Partito liberal-democratico di Zirinovskij, che col 24,22% doveva di fatto vincere le elezioni insieme
al Partito comunista di Zuganov, i sondaggi attribuivano poco
pi del 4% dei voti mentre il Partito che nel modo pi esplicito
sosteneva El'cin (Scelta della Russia), che ha ottenuto meno
del 16% dei suffragi, veniva accreditato col 47% dei voti quasi la
maggioranza assoluta (Argumenty i fakti, n. 44, 1993). Cos ancora una volta - seppure confortato ora dal sostegno che gli veniva dall'avvenuta approvazione da parte degli elettori, sia pure di
misura, di una Costituzione che assegnava al Presidente tutti
quei forti poteri invano, e tante volte, richiesti in precedenza -
El'cin doveva fare i conti con un Parlamento ostile. E ostile - qui
stava la novit rispetto alla situazione precedente - perch espressione con Zirinovskij di una Russia che sino a quel momento era
rimasta in disparte e non si era sentita rappresentata n da Gorbacev, n da El'cin, n dagli avversari di quest'ultimo, dai protagonisti cio degli eventi che avevano portato al crollo dell'uRss e alla nascita del nuovo Stato.
 Il mondo, ma anche i politici di Mosca, scoprivano di colpo,
ricostruendo la camFagna elettorale di Zirinovskij, leggendo le
sue minacciose dichlarazioni antitedesche e antioccidentali, cercando di individuare le ragioni che in tanta parte del Paese avevano spinto tanti elettori, soprattutto giovani, a votare per il Partito liberal-democratico, che lontano da Mosca (ove le liste dei
democratici ottennero comunque una chiara vittoria) c'era una
Russia umiliata e ferita che guardava con ostilit ai nuovi occupanti del Kremlino e si riconosceva nel linguaggio e nelle parole
d'ordine patriottarde e revansciste del nuovo leader. Questi, che
poteva vantarsi di non essere mai stato comunista (A differenza
dei dirigenti degli altri partiti - ha scritto sulle Izvestija del 30 no-
vembre 1993 - non sono mai stato membro del PCUS) aveva parole durissime per El'cin, accusato non solo di non essere un patriota ma di essere responsabile della distruzione dell'uRss (e
cio di quello Stato-impero che Zirinovskij chiamava semplicemente Russia e i cui confini dovevano ora essere ripristinati l
dove si trovavano nel 191725). Questa posizione spiega anche
perch nonostante il proclamato anticomunismo (Tutti i mali
del Paese derivano dal fatto che tutte le cariche importanti erano
occupate da membri del PCUS >, si pu leggere nella intervista a le
Izvestija gi citata), l'ultrasciovinista e razzista Zirinovskij abbia
potuto fare su un certo numero di questioni anche importanti -
IVI comprese quelle che riguardavano la difesa delle grandi
aziende del complesso militar-industriale (e dunque, oltrech
degli ideali patriottici, anche dei posti di lavoro minacciati dalla riforma di Gajdar) - fronte comune con i comunisti e i loro alleati. Si aggiunga che anche dopo le elezioni le forze del centro
democratico (Scelta della Russia di Gajdar che aveva avuto il
15,51% dei voti e 40 seggi, il raggruppamento Jabloko diretto
da Grigorij Javlinskij (7,83% e 20 seggi), il Partito democratico
della Russia di Nikolaj Travkin (5,52% e 14 seggi), il Partito russo della riforma democratica, fondato dai sindaci di Mosca e di
Sankt Peterburg, Popov e Sobcak (4,08% e 0 seggi) e l'Unione civica per la stabilit, la giustizia e il progresso di Arkadij Volskij
(1,93% e 0 seggi), non trovarono nessuna via d'accordo per cui
El'cin si trov ancora una volta a dover affrontare da solo quella
che, almeno potenzialmente, si annunciava come una nuova grave crisi politico-istituzionale.
 Per impedire che la crisi potesse scoppiare mettendo in pericolo la stabilit politica e sociale, il Presidente diede il via ad una
complessa iniziativa diretta verso le forze che avevano vinto le
elezioni politiche e verso le loro basi sociali. Cos dopo che, promuovendo l'elezione alla Presidenza della Duma di Ivan Rybkin
del Partito agrario, si era avviato sin dal primo momento un vero
e proprio dialogo fra il Presidente e il Parlamento, vennero, e in
pi di un'occasione, inseriti nel governo ministri conservatori
ben visti soprattutto dai comunisti di Zuganov. (Lungo questa
via si giunger nel gennaio 1995 sino ad inserire nel governo, al
dicastero della Giustizia, un comunista, Valentin Kovalev.) Il
dialogo coi vetero-comunisti venne reso possibile anche dal fatto
che El'cin non ostacol la decisione del Parlamento che nel febbraio 1994 fece uscire dal carcere, votando un provvedimento di
amnistia che fece molto rumore, sia i responsabili del tentato
golpe dell'agosto 1991 che i protagonisti- Ruckoj e Chasbulatov
in testa - della battaglia di Mosca dell'autunno 1993. Quando
per nell'aprile promosse un incontro con tutte le aree politiche
per la firma di un vero e proprio patto sociale (col quale le parti si impegnavano tra l'altro a non chiedere elezioni anticipate in
modo da garantire una vita politica normale a tutte le istituzioni
almeno sino al 1996, cos da allontanare - sono state le sue parole l'ombra della guerra civile) El'cin ottenne il s di Zirinovskij ma non quello di Zuganov. Successivamente, quando per
far fronte alla minaccia di scissione dei ceceni, El'cin fece propria, decidendo l'intervento, la linea dei nazionalisti oltranzisti,
ricevette da questi ultimi - anche evidentemente per il modo col
quale l'operazione venne portata avanti - pi critiche che consensi. Si deve ancora aggiungere che la politica di apertura verso
i nazionalisti e i vetero-comunisti (condotta oltrech sulle questioni della vita interna anche sui temi della politica estera e della
collocazione internazionale del Paese) ha reso sempre pi difficile la collaborazione fra El'cin e le forze politiche e sociali che lo
avevano sostenuto in precedenza.
 Cos mentre il presidente della Duma Rybkin aveva parole altisonanti per manifestare il suo consenso al patto sociale di aprile (che - affermava - faceva rinascere l'antico modo russo di risolvere i problemi mettendosi tutti insieme), c'era fra i democratici chi, come il centrista Grigorij Javlinskij, rifiutava di
sottoscrivere il documento perch il Paese aveva bisogno non gi
di patti ma semplicemente di essere governato normalmente.
 L'isolamento politico di El'cin si  accentuato poi con la guerra
di Cecenia quando alle forze che da tutti i settori del Parlamento
condannavano la guerra (Gajdar e Javlinskij in primo luogo), si
sono aggiunti sul fronte opposto gli alti comandi militari insieme
ai ministri degli Interni e della Difesa, Viktor Jerin e Pavel
Gracev (che sar poi accusato di aver depositato, in un conto
aperto presso una banca tedesca, valuta per pi di 20 milioni di
dollari) nonch il responsabile della sicurezza Sergej Stepasin,
sottoposti a pesanti critiche dal Presidente per il modo insieme
inadeguato e assurdamente punitivo e feroce nei confronti della
popolazione, col quale l'operazione era stata condotta.
 Nel febbraio-marzo del 1995  intervenuta infine - dopo l'assassinio del direttore della TV russa Vladislav Listev - la rottura
con alti quadri della polizia, nonch della vita economica e pubblica (tra i quali il sindaco di Mosca Jurij Luzkov) esplicitamente
accusati da El'cin - certo anche nel tentativo di riprendere il contatto con un'opinione pubblica indignata per la tolleranza accordata alla criminalit organizzata - di incapacit e di vera e propria connivenza con la mafia. Nonostante le forti denunce di
El'cin era per difficile per i cittadini russi, e non solo per essi, distinguere e separare, per quel che riguarda sia l'avventura cecena che la lotta alla mafia e alla criminalit, le responsabilit del
Presidente da quelle dei comandi militari e della polizia. In realt quel che soprattutto risultava indebolito era il particolare sistema di direzione messo in piedi da El'cin (un El'cin poi visibilmente provato da una malattia - si trattava forse di encefalopatia circolatoria - che lo costringeva a lunghe e frequenti soste e a periodici soggiorni in case di cura) sulla base della nuova Costituzione e degli alti poteri che essa gli aveva attribuito al di fuori del Parlamento. Questo sistema di direzione personale era sostanzialmente basato sulla collaborazione accordata al Presidente dal Premier Cernomyrdin nonch sul Consiglio di sicurezza presidenziale (all'interno del quale uomini come Aleksandr Korzakov, capo della guardia del Presidente - un vero e proprio piccolo
esercito comprendente, secondo alcuni, da 6000 a 40.000 uomini
- e Oleg Lobov, uomo di fiducia di El'cin e da questi messo alla
testa dell'organismo, godevano di poteri straordinariamente
grandi e crescenti). Un ruolo importante avevano anche gli uomini della segreteria personale di El'cin diretti da Sergej Filatov, noto per le sue idee moderate e concilianti: era per Korzakov
(del quale si parlava come del Rasputin del Kremlino: sarebbe stato lui a spingere El'cin verso la guerra cecena e verso forme di gestione del potere sempre pi autoritarie) a destare allarme.
 A rendere incerto il futuro c'era poi il fatto che mentre le forze
democratiche e centriste non trovavano, e neppure parevano ricercare, intese anche parziali e soltanto elettorali in vista delle
elezioni politiche, i sondaggi continuavano a segnalare la buona
tenuta di Zirinovskij e la forte crescita in tutto il Paese del Partito comunista di Zuganov. A favorire l'avanzata dei vetero-comunisti e dei nazionalisti c'era anche il peso di una situazione economica sempre difficile e incerta. L'anno 1994, nonostante si sia
potuto registrare - utilizzando anche il sistematico ritardo col
quale lo Stato pagava gli stipendi - una assai netta riduzione del
tasso di inflazione (che alla fine dell'anno era del 250% rispetto
al 900% del 1993) Si  chiuso ancora con i principali indici in diminuzione: -15% (rispetto all'anno precedente) il prodotto interno lordo, -21% la produzione industriale, -7% la produzione
agricola. Si parlava di 15 milioni di senza lavoro. E questo mentre le grandi fabbriche continuavano a produrre a vuoto oppure,
come era ad esempio il caso degli stabilimenti automobilistici
che producevano le Zil e le Moskvic, a rimanere ferme per la
mancanza di rifornimenti (nello stesso momento in cui la Russia
diventava la principale importatrice di Cadillac...). E- ancora-
mentre saliva a circa 40.000 il numero delle aziende in arretrato
nel pagamento dei salari per cui di fatto soltanto il 3,3% della popolazione si trovava a disporre di un reddito superiore a quel milione di rubli (pari a 220 dollari) al di sotto del quale - in un Paese ove i prezzi sono aumentati dal 1992 in media del 1250% - incomincia di fatto la soglia della povert.
 All'inizio del 1995, come conseguenza della guerra di Cecenia
(da sole le spese per la ricostruzione potrebbero superare - secondo le prime e caute stime ufficiali - i 5000 miliardi di rubli) si
avevano nuove cadute del rublo (che nel febbraio 1995 nel rapporto col dollaro raggiungeva a quota 4000 il minimo storico) e
una forte ripresa, dell'ordine del 20% mensile, dell'inflazione.
Contemporaneamente la caduta delle obbligazioni statali veniva
a bloccare la nuova fase di privatizzazione che avrebbe dovuto
aprirsi dando il via alla compravendita delle azioni direttamente
attraverso i movimenti di denaro liquido. Non pu destare stupore che in questo stesso periodo mentre 500 mila minatori, da
mesi senza salario (il debito che verso di essi aveva lo Stato era
nel febbraio 1995 di 1400 miliardi di rubli) scendevano in sciopero, non un dirigente dell'opposizione comunista-nazionalista ma
il Presidente del Comitato di Stato per la propriet, Vladimir Polevanov, sia giunto a proporre - sia pure nel quadro della lotta
contro la criminalit nella vita economica e della difesa degli interessi nazionali contro la massiccia presenza di capitali stranieri
in settori strategicamente importanti - un piano per una vera e
propria rinazionalizzazione delle grandi imprese, partendo da
quelle petrolifere. Accanto ai dati negativi e alle voci che destavano inquietudine c'erano per anche sintomi di ripresa. All'inizio del 1995 i consumi apparivano cos in aumento (ma oltre il
40% dei prodotti in vendita continuavano a provenire dall'estero) e in crescita risultavano anche essere in taluni settori - quello
prima di tutto dell'edilizia passato dal 18~ del 1991 al 28% del
1994 - gli investimenti produttivi. Per quel che riguarda poi la
privatizzazione, le ipotesi di nuovi blocchi che venivano ventilate
non potevano mettere in sottordine il fatto che le aziende medio-grandi uscite dal settore statale erano ormai 14.0~0 per complessiVi 15 milioni di lavoratori (il 70~o degli addetti all'industria).
Per tentare di frenare le spinte involutive El'cin nel febbraio
1995 emanava poi tre importanti decreti coi quali si decideva di
tornare a sottoporre le spese pubbliche al controllo dello Stato,
di eliminare un certo numero di privilegi fiscali e di ridurre ulteriormente il controllo statale sui prezzi. Scopo dei decreti era anche quello di andare incontro alle richieste del Fondo monetario
internazionale. La guerra di Cecenia infatti non solo aveva raffreddato i rapporti politici - come si dir pi avanti - con i Paesi
occidentali, ma aveva provocato seri intralci alla concretizzazione degli accordi economici gi raggiunti col Fondo monetario internazionale (di fatto soltanto nel marzo 1995, con un forte ritardo sui tempi fissati, sar poi concesso alla Russia il prestito di
6,25 miliardi di dollari precedentemente promesso, stabilendo
per che le somme sarebbero state versate a rate mensili alla
condizione di una regolare diminuzione dell'inflazione) nonch
coi paesi della Comunit europea. Questo anche perch la ricerca da parte di El'cin di intese con le forze dell'opposizione nazionalista poteva comportare - cos almeno si temeva - mutamenti anche
nella politica estera. Timori nascevano in particolare in Occidente per la tendenza che prendeva sempre pi piede nella Russia a
cercare soluzioni ai problemi interni attraverso la vendita, e talvolta
la svendita, oltrech di gas e di petrolio, anche di oro e diamanti, e
soprattutto di armi (si vedano gli accordi del marzo 1995 per la vendita di 4 sottomarini alla Cina e quelli raggiunti con l'India e con vari paesi del Terzo mondo).

16. La Russia nel mondo.

 Gli obiettivi della politica estera della Russia - come si  gi
avuto modo di accennare - sono stati sin dal primo momento sostanzialmente tre:

 1. ottenere dalla comunit internazionale il massimo di sostegno al riconoscimento della Russia come grande potenza nucleare, erede legittima dell'uRss sulla scena internazionale, nonch
come garante della pace e della sicurezza nell'intera area dell'ex
URSS - il vicino estero secondo la formulazione adottata - articolata ora nei nuovi Stati autonomi appartenenti o non appartenenti alla CSI ma considerati nel loro insieme come facenti parte della propria area di influenza;

 2. impedire il formarsi di sistemi di alleanza anche solo potenzialmente antirusse o che escludessero la Russia sia al di l delle
frontiere occidentali (attraverso in primo luogo l'allargamento
della NATO - senza contropartite accettabili - ai Paesi dell'Europa centrale ed orientale gi appartenenti al Patto di Varsavia) che a
quelle del Sud e del Sud-est (attraverso iniziative della Turchia,
dell'Iran e anche della Cina in collegamento con questa o quella
Repubblica ex sovietica dell'area del Caucaso o dell'Asia centrale);

 3 operare per avere dai Paesi industriali dell'Occidente il massimo di aiuti economici cos da superare in tempi ragionevoli la
crisi ereditata dalla situazione precedente e resa ancora pi grave dal crollo, e da garantire le migliori condizioni per la nascita
e lo sviluppo di una economia di mercato.

 Il raggiungimento degli obiettivi sopra enunciati - strettamente
collegati l'uno all'altro ma non sempre e non tutti collimanti e
perseguibili nello stesso tempo e con iniziative unificatrici - richiedeva e richiede un'intesa sostanziale con gli Stati Uniti, sia
sui temi del disarmo delle armi nucleari e tradizionali, sia sull'atteggiamento da tenere di fronte alle crisi e ai conflitti che potevano aprirsi e che di fatto, dalla Jugoslavia, all'Irak, al Corno d'Africa, si sono aperti nella nuova situazione mondiale caratterizzata
dalla fine del bipolarismo.
 In altri termini si trattava di decidere, ma in una situazione nuova e caratterizzata per la Russia, rispetto all'URSS, da una evidente caduta di ruolo, se continuare o meno, ed eventualmente con quali modifiche ed entro quali limiti, il corso di politica
estera che Gorbacev aveva aperto negli anni della perestrojka
con una serie di iniziative spesso spettacolari e che - incontrandosi col nuovo realismo della politica americana - avevano permesso di porre fine alla guerra fredda.
 Seppure senza mai valorizzare troppo la politica estera di Gorbacev e anzi rifiutandone esplicitamente la particolare filosofia (e cio quel complesso di idee e di tesi sulla necessit di uscire da concezioni e da pratiche ancora prenucleari della politica
della difesa e della sicurezza che Gorbacev aveva riassunto in
una formula parlando di nuovo modo di pensare), El'cin, e con
lui il ministro degli Esteri, Andrej Koyrev - l'unico dirigente dell'originario gruppo elciniano che, seppure in tutta la prima fase
venisse duramente attaccato dall'opposizione vetero-comunista
e nazionalista, sia rimasto al suo posto senza interruzioni prima e
dopo le elezioni del dicembre 1993 - ha di fatto continuato, almeno sino alla met del 1994, la politica estera della perestrojka.
Lo ha fatto per ponendo al centro una questione del tutto nuova e dunque sulla base di una filosofia anch'essa nuova: la questione dell'interesse nazionale russo da perseguire come prima cosa, e quindi da considerare come un insostituibile punto di partenza per ogni atto di politica estera.
 Un utile terreno di incontro con gli Stati Uniti e pi in generale
con i Paesi del mondo occidentale nasceva realisticamente dal
fatto che crescente e generale era in tutte le capitali la preoccupazione per quel che poteva accadere in un Paese che si stava
sfasciando in modo tanto clamoroso e inarrestabile e sul quale
erano disseminate le armi della seconda potenza nucleare del
mondo. Del resto allo stesso modo e per le stesse ragioni nella
fase precedente i Paesi occidentali non solo non erano stati troppo teneri con El'cin, cos come con gli altri uomini e le forze che
parevano spingere verso la rottura dell'uRss, ma, timorosi per
quel che la vittoria delle spinte disgregatrici avrebbe potuto portare con s, avevano - seppure blandamente - sostenuto Gorbacev e la sua difesa del vecchio Stato unitario
 E stato proprio per le garanzie che hanno saputo offrire, nello
stesso momento in cui chiedevano urgenti sostegni economici sia
per il rispetto degli impegni presi da Gorbacev sul disarmo, sia
per il controllo sulle armi strategiche dell'ex URSS, che El'cin e
Kozyrev hanno potuto contare subito sul sostanziale appoggio
degli Stati Uniti e dell'Occidente. La questione atomica, anche perch le armi dell'ex URSS erano concentrate oltrech nella
Russia anche nell'Ucraina, nella Bielorussia e nel Kazakistan, 
stata poi usata da Mosca per ottenere sia dai Paesi dell'ex URSS -
verso i quali si presentava come primus inter pares - sia da quelli
occidentali, il riconoscimento del suo ruolo di garante dell'ordine e della sicurezza nell'intera area ex sovietica. Particolarmente
complessa, oltre alla questione della ratifica degli accordi dello
START-1 e del START-2, Si rivel la questione della distruzione
degli ordigni nucleari collocati in Ucraina.
 Di fatto soltanto nel gennaio 1994, con la firma a Mosca da parte del Presidente americano, di quello russo e di quello ucraino
di un documento comune, fu possibile pervenire, dopo una serie
di accordi parziali e limitati resi inoperanti per gli ostacoli frapposti oltrech dall'Ucraina anche dal Parlamento russo, ad un accordo conclusivo.
 Sull'atteggiamento di fronte alle crisi locali vecchie (Medio
Oriente, Africa ex portoghese, Corno d'Africa, America centrale) e nuove (Jugoslavia, Irak) assai pi difficile - rispetto agli anni
di Gorbacev - si rivel la possibilit di utilizzare, per continuare
ad adempiere agli obblighi di grande potenza, il residuo di rendita di posizione ereditata dall'uRss. Cos di fatto la ritirata dall'Africa - con la caduta di tutti i regimi prosovietici o che comunque nel passato avevano cercato e trovato nell'uRssun sostegno
-  stata totale. Del tutto formale, anche se non  mancato qualche tentativo - attraverso ad esempio le pressioni esercitate sulla
Siria oltrech sul Fronte di liberazione nazionale di Arafat - 
stato anche l'appoggio che la Russia ha potuto dare all'avvio delle trattative di pace sulla questione palestinese. Maggiori spazi
ha avuto invece l'iniziativa e la presenza russa nella crisi apertasi
dopo l'occupazione del Kuwait da parte dell'Irak di Saddam
Hussein, e - soprattutto - di fronte alla crisi jugoslava.
 Se nella prima fase della vicenda irakena la mediazione prima
sovietica e poi russa, resa possibile dalla solidit dei legami politici, economici e militari che avevano unito Mosca e Baghdad, 
venuta rapidamente meno per la caparbiet con la quale Saddam Hussein ha escluso allora ogni ipotesi di ritirata, diversamente sono andate le cose alla fine del 1994. E stato infatti anche
grazie alla iniziativa diplomatica portata avanti da Koyrev che
nel novembre 1994 l'Irak ha finito per riconoscere i confini del
Kuwait. Analogo discorso pu essere fatto per l'atteggiamento
russo di fronte alla crisi esplosa nell'ex Jugoslavia e soprattutto
sulla questione della Bosnia. E questo per una serie di circostanze tutte sostanzialmente connesse da una parte alla natura dei legami che la Russia - anche per le crescenti pressioni provenienti,
prima e soprattutto dopo le elezioni del dicembre 1993, dai gruppi nazionalistici filoserbi - ha mantenuto con Belgrado (nonch
all'importanza che Belgrado - isolata sul piano internazionale -
ha finito per attribuire al sostegno accordatele dalla Russia) e
dall'altra alla situazione senza via d'uscita venutasi a creare dopo
i ripetuti fallimenti delle iniziative avviate dall'Occidente per
dare concretezza alla linea iniziale, basata sul riconoscimento
del diritto di tutti i popoli dell'ex Jugoslavia di dar vita a Stati indipendenti. Cos, seppure senza mai rompere clamorosamente
con gli Stati Uniti e con l'Occidente (e dunque non creando ostacoli insormontabili alle decisioni di volta in volta prese dalla comunit internazionale per tentare di piegare Belgrado dapprima   
con le sanzioni economiche e poi col dispiegamento e anche, talvolta, l'uso parziale della forza militare), la Russia  riuscita a sostenere le posizioni di Belgrado in primo luogo sulla soluzione
da dare alla crisi bosniaca. E questo sino a che le posizioni stesse
sono state sostanzialmente accolte dalla comunit internazionale
 Inevitabilmente per il massimo impegno della diplomazia russa si  concentrato sui Paesi del vicino estero. Si  detto del
conflitto con l'Ucraina, dell'impegno profuso di fronte ai conflitti nazionali ed interetnici scoppiati dalla Moldavia all'area del
Caucaso, nonch per sostenere, nei Paesi baltici, le minoranze
russe. In nessun caso - anche se hanno talvolta permesso (si pensi ad esempio agli accordi raggiunti con Kiev) di ottenere risultati parziali
 gli interventi dispiegati sono stati per risolutivi.
Quel che poi ha giocato negativamente  il sospetto che la Russia
non solo si sia mossa per difendere i propri interessi ma si sia
spinta sino a manipolare per i propri fini strategico-politici i vari
conflitti. Si pu aggiungere che si tratta di un sospetto alimentato da una serie di fatti concreti: il sostegno politico-militare accordato nella Moldavia dalla 14a armata ai nazionalisti russi della cosiddetta Repubblica del Dniestr; l'atteggiamento tenuto
da Mosca di fronte alla lotta dell'Ossetia del Sud per staccarsi
dalla Georgia e unirsi all'Ossetia del Nord appartenente alla Federazione russa; il sostegno a lungo accordato - come ha dovuto
ammettere lo stesso ministro degli Esteri Kozyrev (Nezavisimaja
Gazeta, 24 novembre 1993) - alla lotta degli abchazi per conquistare l'indipendenza dalla Georgia; il ruolo avuto nelle repubbliche dell'Asia centrale, ad esempio nel Tagikistan, dalle forze militari russe - in questo caso la duecentunesima divisione motorizzata di stanza a Dushamb - nel fronteggiare i movimenti nazionalistici islamici e nel sostenere gli uomini della vecchia nomenklatura; le ambiguit che hanno caratterizzato l'atteggiamento di fronte al conflitto armeno-azero per il territorio del
Nagornyj Karabach, situato nell'Azerbaigjan ma abitato prevalentemente da armeni, che le due Repubbliche si contendono
 Questi sospetti, diventati ancora pi consistenti dopo le modifiche intervenute - come si  visto - nell'atteggiamento di El'cin e
di Kozyrev a partire dall'inizio del 1994 e soprattutto dopo la
guerra contro la Cecenia, hanno inevitabilmente ostacolato (e lo
si  visto nel febbraio 1995 al quindicesimo vertice di Alma Ata ove i rappresentanti delle Repubbliche ex sovietiche hanno respinto il progetto di difesa comune delle frontiere proposto da Mosca) il decollo della CSL Non solo: i sospetti hanno anche continuato ad
impedire che i Paesi dell'Occidente rispondessero positivamente
e con sollecitudine alla richiesta russa per il riconoscimento del
suo ruolo di Paese guida nell'area dell'ex URSS26.
 Allo stesso modo arduo si  rivelato ottenere dall'Occidente i
riconoscimenti richiesti per l'ingresso nel club delle grandi potenze economiche (G-7) e la piena parit con i Paesi dell'Europa
centrale ed orientale sulla questione della presenza nelle strutture politiche, economiche e militari dell'Occidente. Di fatto anzi,
rispetto alle promesse iniziali dei Paesi occidentali e alle speranze degli atlantisti di Mosca, le cose sono andate sempre peggiorando. E questo anche se al vertice di Napoli del luglio 1994
El'cin  stato infine accolto fra i 7 Grandi (solo per come
partner politico) e, per tacitare Mosca preoccupata per le iniziative allora in corso soprattutto - cos almeno pareva - per mano
americana e dirette ad aprire le porte dell'Alleanza atlantica ai
Paesi dell'Europa centrale ed orientale, con un po' di fantasia
venne inventata la formula della partnership per la pace.
 N un discorso diverso pu essere fatto per la politica di sostegno economico e finanziario. Il divario fra le cifre promesse e
quelle versate dai singoli Paesi occidentali, dall'Unione europea,
dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale tende ad ampliarsi sempre pi: era in totale di 9 miliardi di dollari
(SU 24) nel 1992 e di 20 (SU 28) nel 1993 e la situazione  ancora
peggiorata alla fine del 1994. Se questo  accaduto  anche perch, dapprima impercettibilmente e poi, a partire dall'inizio del
1994, sempre pi nettamente, seppure senza mai mettere in discussione la priorit accordata alle relazioni con l'Occidente e in
primo luogo con gli Stati Uniti, nella linea generale della politica
estera della Russia sono intervenuti mutamenti sensibili. Sempre
pi chiaramente - anche per le difficolt incontrate nel farsi accet-
tare dalla comunit internazionale e in primo luogo dall'Occi-
dente come grande potenza europea - la Russia prendeva co-
scienza del suo essere insieme Europa ed Asia e dunque della
necessit di aver bisogno di una politica estera basata su una
nuova identificazione - chiaramente fondata, ora che il vecchio
ordine con le sue ideologie era scomparso - sui princpi della
geopolitica, di ci che  interesse nazionale.
 Per molti aspetti, condizionata com'era da una situazione economica e da una sostanziale instabilit politica che continuavano
a porre in primo piano l'esigenza di ottenere dai Paesi occidentali i sostegni promessi, la nuova politica estera di Mosca diventava per confusa e anche velleitaria. Spinta dagli orientamenti
provenienti dalla nuova maggioranza parlamentare e dall'esigenza di trovare con essa punti di intesa consistenti seppur limitati, nello stesso momento in cui continuava a presentarsi di
fronte all'Occidente come un baluardo avanzato nei confronti
della minaccia islamica e pi in generale delle forze che premevano sui suoi confini orientali, la Russia si proponeva - e con
un certo successo da Nuova Delhi a Karaci, da Pechino a Teheran - come Paese amico. (Solo col Giappone, nonostante i ripetuti tentativi compiuti, il mancato accoglimento della richiesta di
Tokyo per la restituzione delle isole Kurili, ha impedito il raggiungimento di accordi fruttuosi.) Momento culminante della
nuova politica orientale possono essere considerati gli accordi
raggiunti con l'India e soprattutto, nel febbraio 1995, nonostante
le preoccupazioni avanzate dagli Stati Uniti, con l'Iran per la costruzione nei due Paesi di centrali nucleari. In tutti i casi la questione della collocazione internazionale della Russia, e dunque
della sua politica estera, appariva all'inizio del 1995, lungi
dall'essere definita, come dimostra il dibattito che continua fra
atlantisti e euroasiatisti.

17.Alla ricerca di una identit.

 La Russia  quindi ancora una volta di fronte al problema di definire le proprie relazioni con l'Europa e l'Asia, e cio con le societ e le civilt con le quali nel corso dei secoli  entrata in contatto. E cio di fronte al problema della definizione della propria
identit. Che cos' insomma la Russia? Un grande popolo, una
grande civilt - si  gi detto - che non  mai diventato Stato
(Stato-nazione) perch sempre ha avuto in sorte di essere impero, e non solo impero di tante diverse Russie (zar di tutte le Russie si diceva dell'imperatore) ma di tanti popoli. La Russia che
conquista, che opprime, che impone agli altri la sua lingua, il suo
alfabeto, la sua cultura, la sua religione. La Russia prigione di
popoli, dunque, in nome di una vocazione imperiale mai sopita,
e prigione anche del popolo russo, al quale  stato negato sempre
di essere solo e soltanto se stesso, di avere una sua storia separata da quella dell'impero. (E a sostenerlo sono non solo i nazionalisti di tutte le scuole - e le risme - ma anche molti intellettuali
democratici convinti che il loro Paese debba dopo le terribili prove subte rinunciare ad essere un'impero e una grande potenza.)
Occidentalisti e slavofili, si diceva nel secolo scorso. Certo molte cose sono cambiate da allora. Molte illusioni sono cadute. Ma
inevitabilmente il crollo dell'URSS ha comportato e comporta
per la Russia un modo nuovo di ricollegarsi col passato. Non si 
di fronte soltanto e semplicemente a fenomeni connessi con la
crisi dell'uRss.
 Gi nel 1905 l'impero russo era giunto sull'orlo di un completo
disfacimento che doveva culminare poi, nel corso del conflitto
mondiale e alla vigilia della Rivoluzione d'ottobre, col sorgere
un poco ovunque, spesso anche attraverso la via delle insurrezioni nazionali, di repubbliche autonome. E per indubbio che la
fine dell'uRss, la riduzione del potere di controllo di Mosca sulla
periferia, il sorgere infine dei nuovi Stati, abbiano dato al processo di disintegrazione dello Stato russo, cos come  nato nel dicembre 1991, ragioni e ritmi del tutto nuovi. E questo perch -
come si  visto - le colonie dell'impero non comprendevano
soltanto i territori dell'ex URSS che si trovavano al di l dei confini della Russia ma, e fondamentalmente, grandi aree annesse
dagli zar direttamente alla Russia, per cui di fatto la spinta all'indipendenza dalla Russia dei ceceni non  molto diversa da quella
che ha mosso gli ucraini o i lituani a chiedere la separazione dall'URSS. 
La Russia insomma  sempre stata ed  ancora (e sta qui
l'origine della sua non risolta questione di identit e del suo
dramma) non gi lo Stato dei russi ma lo Stato comprendente
i territori occupati militarmente e poi annessi alla Russia. Ed 
tenendo conto di questo che va visto il dibattito in corso.
 Atlantisti (aperti cio verso l'Europa sino a chiedere l'integrazione dello Stato nelle strutture occidentali) - si dice - e, all'opposto, nazionalisti grandi-russi e slavofili (che si spingono sino a porre il problema della unificazione della Russia con
l'Ucraina e la Bielorussia, e che rivendicano al di l delle frontiere i territori abitati prevalentemente da popolazioni russe e - ancora - che sostengono nell'ex Jugoslavia le posizioni di Belgrado). E poi collegati agli uni e agli altri ma insieme in netta polemica con tutti, gli euroasiatisti. Anche parlando di questi ultimi il riferimento al passato  inevitabile. Non a caso nel 1991
Novyj Mir, la pi importante rivista di Mosca degli intellettuali
democratici, ha pubblicato un testo di G. Florovskij, il teologo
che per primo ha parlato della tentazione euroasiatica come di
una via da seguire perch la Russia potesse ritrovare se stessa,
che era apparso per la prima volta a Parigi nel 1928 in una pubblicazione dell'emigrazione. Nello stesso periodo tornavano alla
luce i testi di N. Trubeckoj e di P. Savickij e sulla loro scia si tornava a proporre della storia russa una lettura diversa da quella
giunta sino a noi anche attraverso Stalin: il nuovo eroe non era
pi Pietro il Grande che aveva tentato di collegare all'Occidente
il suo regno, ma Aleksandr Nevskij che, al contrario, per salvaguardare la Russia dalla contaminazione dell'Occidente aveva scelto l'Oriente, l'Orda d'oro.
 Ma in verit gli euroasiatisti di oggi pi che guardare all'Occidente come ad un mondo estraneo se non nemico, sembrano
preoccupati di cercare qualcosa che possa tenere insieme in un
unico Stato quel che rimane dell'ex impero. Cos la riscoperta
della dimensione euroasiatica si accompagna talvolta - si veda a
questo proposito quel che ha scritto Michail Gefter - al rifiuto
non soltanto di ogni vocazione imperiale ma dell'idea che la
Russia debba, ancora una volta come sempre, rinascere come
grande potenza se non come nuova Roma, come nuova utopia
di unificazione dell'umanit per la salvezza del mondo. La Russia insomma - e a questo punto non importa se fatta di Repubbliche separate e autonome oppure federate - come area-ponte fra Europa ed Asia, nella quale Europa ed Asia possano convivere.
Ma questo progetto non sembra per ora riscuotere molta fortuna.

Appendice.

a cura di Maresa Mura.


La Russia in sintesi.

 La Federazione russa sorge nel territorio della ex Repubblica socialista federativa sovietica di Russia. Con una superficie di 17.075.400 kmq  il pi esteso Paese del mondo, a cavallo tra l'Europa e l'Asia. Il suo territorio  solcato da grandi fiumi come il Volga, il Don, lo Jennisej, l'Angar, l'Amur, la Lena, vere e proprie vie di comunicazione che alimentano centrali  idroelettriche fra le pi potenti del mondo. Alle pianure fertili come il bassopiano sarmatico della Russia europea si susseguono la tundra e la taiga siberiane, le distese aride della steppa e le montagne del Caucaso, le gelide coste sul mar Glaciale Artico e quelle calde sul mar Nero e sul Caspio. Anche il clima pur essendo continentale ha escursioni termiche che vanno dai -70 gradi nel nord della Siberia ai + 30 sulle coste del mar Nero.
 Le coste settentrionali si affacciano sui mari di Barents, di Kara, di Laptev, della Siberia orientale, dei Cukotskij per scendere ad Est sul mare di Bering, sull'Oceano Pacifico, e sui mari di Ohotsk e del Giappone. A Nord-ovest, la Russia europea confina con la Finlandia, l'Estonia, la Lettonia, la Lituania e la Bielorussia e a Ovest con l'Ucraina. A Sud con la Georgia, l'Azerbaigjan, il mar Caspio, il Kazakistan, la Cina, la Corea del Nord e la Mongolia.
 La regione di Kaliningrad (la Koenigsberg prussiana)  oggi una enclave collocata fra la Bielorussia e la Lituania.
 Popolazione: 149.500.000 (1994) abitanti. Di essi 119 milioni, la stragrande maggioranza (82,6%), sono russi 5,5 milioni tatari, 4,4 milioni ucraini, 1,8 milioni cuvasi, 1,5 milioni udmurti, 1,3 milioni baskiri, 1,2 milioni bielorussi. Sono anche presenti con percentuali inferiori: ebrei, mari, mordvini,  ceceni, uzbeki, kazaki, tedeschi, coreani e pi di un centinaio di piccole etnie, raggruppate in particolare nel Caucaso e nella Siberia orientale. 25 milioni di russi vivono negli Stati della CSL. Le comunit pi numerose sono nell'Ucraina orientale, nella penisola di Crimea, nel Kazakistan Nord-occidentale, nella Estonia e nella Lettonia.

 Capitale: Mosca (8.801.000 ab.). Altre citt con una popolazione superiore al milione: Sankt Peterburg (ex Leningrado) (5.035.000); Niznij Novgorod (ex Gorkij) (1.443.000); Novosibirsk (1.442.000); Ekaterinburg (ex  Sverdlovsk) (1.358.000), Celjabinsk (1.135.000), Samara (ex Kujbysev) (1.258.000);  Omsk (1.159.000), Kazan (capitale del Tatarstan) (1.103.000); Ufa (capitale del Baskortostan) (1.094.000); Volgograd (1.005.000).
 Densit: 8,8 ab./kmq (334 ab./kmq nella regione di Mosca, 0,3 ab./kmq nella Yakuti ja). Popolazione urbana: 73,4 (1993). Tasso di natalit: 0,5%  (1993).

Mortalit infantile: 2,0% (1993).Aspettativa di vita: 64 anni (uomini), 72 (donne) (1993).

 Religione: la pi diffusa  la cristiana ortodossa. Sono praticate anche la musulmana (da cuvasi, baskiri, tatari del Volga e da alcune popolazioni del Caucaso come ceceni, ingusi, osseti, kabardini); la buddista (buriati, tuvini, kalmyki); l'ebraica.

 Lingua: russo. Le altre lingue e dialetti parlati sono oltre cento. Tra queste quelle insegnate nelle scuole sono 10.

 Moneta: rublo.

 Risorse naturali. Le principali sono: petrolio, carbone, ferro, oro e diamanti, legname e quasi tutti i tipi di minerali esistenti.
 Dati economici. PNL ab.: 5838, dollari (1993), (-2717 rispetto al 1990). PiL: da -19% (1992) a -15% (1994). Produzione industriale: da -18,8% (1992) a -21% (1994). Produzione agricola: da -9% (1992) a -7% (1994). Esportazioni:  21,3 miliardi di dollari (primo semestre 1994), di cui petrolio e gas 44,3%. Importazioni: 13,2 miliardi di dollari (primo semestre 1994). Inflazione: da 2.500% (1992) a 250 % (1994). Disoccupazione:1,1 % (1993).
 Debito estero: 90 miliardi di dollari (primo semestre 1994). Spesa per la difesa: 9,9% del Pl~(1992).
 Difesa. Arsenale nucleare: missili balistici intercontinentali 1040 (per 4260 testate), missili basati su sottomarini 832 (per 2696 testate), bombardieri 110 (per 257 testate)l. Armi convenzionali e Forze armate: elicotteri da combattimento 1100, aerei da combattimento 3700, artiglieria 22.000, carri armati,  29.000, soldati 2.500.000.

 Le truppe russe di stanza nelle Repubbliche ex sovietiche sono cos distribuite:
9200 nella Moldavia, 28.000 nel Turkmenistan, 20.000 nell'Usbekistan, 20.000 nel Kirghizistan, 12.000 nel Tagikistan, 20.000 nella Georgia, 23.000 nell'Armenia, 60.000 nell'Azerbaigian. Nell'Ucraina e nella Bielorussia vi sono truppe addette agli armamenti atomici.
Secondo le stime del Bulletin of the Atomic Sci~entists, novembre-dicembre, 1994, in totale le testate nucleari, comprese quelle di riserva e quelle in attesa di essere smantellate, sarebbero 29.000.

 La Russia  membro della CSL dell'oNu (ha un seggio al Consiglio di sicurezza), dell'oscE, (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (BERS), della NACC (North Atlantic Cooperation Council), dell'Accordo di cooperazione del mar Nero, osservatore privilegiato al Consiglio d'Europa,  stata chiamata a far parte del Partenariato per la pace della NATO.



L'ordinamento amministrativo.

 A due anni dalla fine dell'uRss, il 12 dicembre 1993 i cittadini della Federazione Russa con un referendum popolare hanno votato una nuova Costituzione in sostituzione di quella sovietica pi volte emendata durante la perestrojka. La nuova Costituzione divide il territorio della Russia in 89 soggetti  amministrativi, definiti soggetti con pari diritti della Federazione russa (art. 5). Il 50% dei confini tra questi soggetti non  stato ancora definito e la Costituzione  sancisce che non possono essere modificati senza il consenso delle parti. In  precedenza, nel marzo 1992  stato promulgato il Trattato della Federazione  russa al quale non hanno aderito le Repubbliche della Cecenia, del Tatarstan e di Tuva. E stato anche creato un Consiglio dei capi delle Repubbliche che dovrebbe fungere da tramite tra la periferia e il centro.
 Il nuovo ordinamento comprende: 21 Repubbliche autonome, 6 territori amministrativi (kraj); 49 regioni autonome (oblast); 1 regione autonoma ebrea (Birobidzan), 2 citt di importanza federale e 10 circondari nazionali autonomi (okrug).
 Tutti i soggetti a loro volta fanno capo a 11 aree, le cosiddette regioni economiche (Regione del Nord, del Nord-ovest, del Centro, del Volga-Vjatka, del Centro-Terre nere, del Volga, del Caucaso-nord, degli Urali, della Siberia occidentale, della Siberia orientale e dell'Estremo oriente). Create  negli anni Sessanta per rispondere alle logiche della pianificazione economica,  esse non hanno per alcuna veste giuridica e sono solo dei referenti geografici  alquanto disomogenei tra loro per estensione, popolazione, risorse e produzione.
 Anche se la Costituzione garantisce uguali diritti ai diversi soggetti della Federazione, in realt i Territori, le Regioni, i Circondari, le Citt di importanza federale e la Regione autonoma ebrea sono entit regionali rette da statuti e da norme giuridiche mentre le Repubbliche sono soggetti nazionali che prendono il nome dall'etnia originaria, hanno una maggiore autonomia e possono istituire proprie lingue di Stato.

Le 21 repubbliche.

 (Tranne Sacha, Komi, la Carelia e la Kalmykija, le altre repubbliche sono state qui raggruppate in base alla loro collocazione territoriale nella  Federazione. La loro superficie totale  di 4.874.100 kmq (il 28% circa di tutto il territorio russo). I russi rappresentano la maggioranza della popolazione in 12 di esse.

 Sacha (ex Jakutija). E la pi estesa: 3.103.200 kmq (10 volte l'Italia) e la meno popolata (1.080.000 abitanti con una densit di 0,3 per kmq, la pi bassa di  tutta la Russia). Occupa quasi totalmente la Siberia centro orientale e il 40% del suo territorio si trova oltre il circolo polare. La maggioranza della  popolazione  russa (50,3%, contro il 33,4% di jakuti e il 7% di ucraini) e discende dai cosacchi che nel 1630 occuparono questo territorio poco ospitale ma che doveva rivelarsi ricco di oro e di diamanti e che venne scelto per istituirvi colonie penali e come luogo di confino, dando il via ad una pratica che continuer anche durante gli anni del regime sovietico. Due anni dopo il loro arrivo i cosacchi fondarono la capitale, Jakutsk, che oggi conta 197.000 abitanti e iniziarono la colonizzazione per cui gli jakuti sino ad allora pastori nomadi si trasformarono a poco a
poco in una popolazione sedentaria dedita all'agricoltura. La ribellione degli jakuti ai coloni russi inizier nel 1906 quando venne creata l'Unione jakuta, un movimento nazionalista che porter avanti la lotta fino al 1922 quando verr sconfitto dall'Armata rossa. Nel 1990 la Jakutija ha proclamato la propria indipendenza cambiando il nome in Repubblica di Sacha. Due anni dopo ha promulgato una sua Costituzione votata dal 79% della popolazione, che ha numerosi articoli in netta contraddizione con quelli della Costituzione della Federazione. Mosca  poi scesa a patti e ha sottoscritto un trattato bilaterale che riconosce alla Repubblica la propriet di tutte le ricchezze naturali (da ripartire per con la Federazione). In particolare l'accordo riguarda i giacimenti di oro (33.350 kg nel 1993) e di diamanti di cui la Jakutija  il maggiore produttore nel mondo ( 13-14 milioni di karati l'anno - ma la quantit reale rimane segreta - di cui la Federazione riceve 1'80%). Negli anni del potere sovietico lo sviluppo della produzione aurifera e diamantifera aveva attirato nella Jakutija una grande
quantit di mano d'opera russa e ucraina molto bene retribuita. Oggi, con la
produzione in netto calo, si assiste al fenomeno contrario: russi e ucraini emigrano. La produzione risente soprattutto del mancato sviluppo delle vie di comunicazione: mancano quasi totalmente le ferrovie, i trasporti avvengono per via aerea e d'estate sul fiume Lena. La Jakutija ha anche riserve di petrolio e di gas stimate rispettivamente di 140 milioni di tonnellate  di 3000 miliardi di metri cubi. Il bacino del Lena  ricco di giacimenti di carbone valutati in circa 1500 miliardi di t (attualmente ne produce 12 milioni), ma la mancanza di infrastrutture e di investimenti rende difficile il loro sfruttamento. La Repubblica nel tentativo di attirare capitali stranieri (particolarmente dal Giappone e dalla Corea del Sud) ha promulgato nel 1992 una legge che equipara gli investimenti stranieri a quelli !ocali e riconosce la supremazia degli accordi internazionali sulla legislazione ]akuta.


Komi. Ad Ovest degli Urali e lungo la Peciora si trova la Repubblica dei Komi, la seconda per estensione (415.000 kmq). I russi sono in maggioranza (57,7%) rispetto ai komi di origine ugro-finnica (23,3%) e agli ucraini (8,3%). La popolazione totale (1994) conta 1.263.000. La Costituzione emanata nel 1994 prevede la privatizzazione delle terre, ma il nuovo presidente del Parlamento, Jurij Spiridonov un ex comunista,  contrario a riforme radicali. I contrasti sulla politica economica hanno determinato una situazione di instabilit resa pi grave dalle proteste e dagli scioperi dei lavoratori che non ricevono regolarmente il salario. La Repubblica  ricca di miniere di carbone che si trovano soprattutto nel bacino della Peciora (le riserve sono stimate in 200 miliardi di t), di gas e di petrolio (la cui produzione si  per dimezzata rispetto agli anni Ottanta).  Il
sottosuolo  ricco di bauxite, di manganese, di titanio e di numerosi altri minerali. Tutte le risorse sono poco sfruttate a causa del clima ( attraversata dal circolo polare artico) e delle infrastrutture obsolete. E dell'ottobre 1994 il guasto nell'oleodotto Peciora che ha causato danni economici e ambientali enormi. 
Anche la produzione del legname - altra ricchezza del Paese, il 13,7% del fabbisogno della Federazione -  calata del 40%. Poco sfruttata l'agricoltura  per le proibitive condizioni climatiche. La capitale  Sjktjvkar.


Carelia. La Repubblica di Carelia (172.400 kmq) si trova nella parte Nord-occidentale della Federazione ed  stata inglobata completamente nell'uRss nel 1940 dopo la guerra sovietico-finlandese (sino ad allora la Carelia occidentale apparteneva alla Finlandia). Oggi solo piccoli gruppi di nazionalisti chiedono l'unificazione con la vecchia madrepatria anche perch la maggioranza della popolazione (73,6% su 792.000 abitanti)  russa e il governo di Mosca, nell'ambito di una politica di buon vicinato con la Finlandia, assegna un ruolo accresciuto alla Carelia dato che i porti di questa repubblica rappresentano una via di comunicazione importante verso l'Europa in sostituzione di quelli persi dopo che i Paesi baltici hanno conquistato l'indipendenza. Nell'aprile 1994 la Carelia  diventata una Repubblica parlamentare e dal 1992 ha inaugurato un regime fiscale che privilegia gli investimenti stranieri necessari soprattutto all'industria
del legno, la maggiore risorsa del Paese, e dei suoi derivati (carta e cellulosa) un tempo esportati in tutto il mondo ed oggi rifiutati per la loro pessima qualit.
Con la Finlandia, con la quale ha 700 km di confine comune, la Repubblica ha
firmato un accordo di cooperazione per sviluppare soprattutto il settore dei trasporti. A met del 1994  stata inaugurata nella Carelia la prima ferrovia privata della Russia nata per collegare la Repubblica con alcuni porti finlandesi, tra iquali Kokkola e Ulu. La capitale  Petrozavodsk.

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 A Ovest degli Urali. In quest'area, e precisamente in tre delle sei Repubbliche situate nel centro occidentale della Russia a Ovest degli Urali, e cio nella Mordovija, nell'Udmurtija e nella Cuvas, sono dislocate alcune delle pi grandi fabbriche del complesso militar-industriale dell'ex URSS. Le difficolt  incontrate nell'avviare la riconversione del settore hanno determinato ora una grave crisi laddove nel passato si era giunti ad un buon livello di industrializzazione.  Nella Mordovija (26.200 kmq, 964.000 abitanti: 60,8% russi, 32,5% mordvini 4,8% tatari, capitale Saransk) erano collocate in particolare le industrie militari che lavoravano per l'importante centro della ricerca nucleare Arzamas 16  dislocato nella confinante regione di Niznij-Novgorod. La Mordovija  stata per molti anni off limits anche perch vi erano numerose colonie penali che fornivano mano d'opera a buon mercato all'industria bellica. Le relazioni con Mosca
sono tese dato che il potere centrale non riconosce l'attuale (1995) Parlamento dopo che la maggioranza ex comunista ha esautorato il Presidente in carica appoggiato da El'cin. 

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Il secondo grande centro che produceva missili nucleari era nella confinante Udmurtija (42.100 kmq, 1.637.300 abitanti: 58,9% russi, 30,9% udmurti, 6,9% tatari. Capitale Izevsk). Oggi nella Repubblica la disoccupazione tocca il 3% della forza lavoro. Come la Mordovija essa conta sull'agricoltura e soprattutto sulla coltivazione del lino di cui  il primo produttore nella regione degli Urali.
 Il terzo centro sede di un importante complesso militare industriale di armi chimiche  quello della Cuvas (ex Cuvasja) (18.300 kmq, 1.361.000 abitanti: 67,8% cuvasi, 26,7% russi, 2,7% tatari. Capitale Ceboksarij).
 La Repubblica pi estesa (143.600 kmq) e pi popolata (4.048.000 abitanti:
21,9% baskiri, 39,3% russi, 24% tatari, 3,2% cuvasi) di questo gruppo  il
Baskortostan (ex Baskirija). Sottomessi dalla Russia dal 1557, e ancor prima dai mongoli dell'Orda d'oro, i baskiri, che nel corso dei secoli si sono pi volte ribellati ai coloni russi, hanno ottenuto per primi nel 19l9 lo status di repubblica autonoma. Nell'ottobre del 1990 il Baskortostan ha dichiarato la propria sovranit, ha adottato nel 1993 una nuova Costituzione che autorizza la doppia nazionalit e ha firmato con Mosca, da una posizione di forza che le deriva dall'essere una delle repubbliche pi ricche della Russia (occupa il decimo posto tra i soggetti della Federazione per la produzione industriale e il terzo per quella agricola) un trattato che le riconosce il diritto esclusivo sulle sue risorse naturali e l'autorizza a negoziare di anno in anno le quote da versare alla Federazione.
Ricco di petrolio, il Baskortostan ha per una produzione in netto calo: dai 70 milioni di t annue degli anni Sessanta si  giunti ai 22 milioni di oggi. I baskiri sono musulmani sunniti. La capitale  Ufa.

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 Ai confini settentrionali del Baskortostan si trova la Repubblica del Tatarstan (ex Tatarija) (68.00 kmq, 3.747.600 abitanti: 48,5% tatari, 43,3% russi, 3,7 cuvasi, capitale Kazan) che nel 1990 si  autoproclamata Repubblica sovrana associata alla Federazioe russa prendendo il nome di Tatarstan. Non ha aderito al Trattato federativo del 1992 rivendicando una sua amministrazione autonoma che Mosca ha in parte riconosciuto firmando nel febbraio 1994 un trattato bilaterale che riconosce alla Repubblica la propriet delle risorse del sottosuolo, una sua autonoma Costituzione, una sua lingua di Stato, una propria politica estera, un proprio commercio con Pestero (purch vengano rispettate le quote dovute alla Federazione). Nel Parlamento vi  una opposizione nazionalista che rivendica il distacco definitivo dalla Federazione. Ricco di giacimenti petroliferi il Tatarstan produce il 7,3% del petrolio della Federazione, anche se attualmente (1995) la produzione  in forte calo. Ha grande abbondanza di bitumi naturali (12 miliardi di t) che contengono nikel, vanadio, scandio e altri minerali rari. Sul piano agricolo non  autosufficiente e l'agricoltura, a differenza che nelle altre Repubbliche, dove  iniziata seppure a piccoli passi la privatizzazione,  ancora totalmente collettivizzata.

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 Ai confini settentrionali del Tatarstan si trova la piccola repubblica di Marij (ora Marij-EI) (23.200 kmq 764.000 abitanti: 47,7% russi, 43,3% mari, 5,8% ta-tari. Capitale Joskar-Ola), ia pi povera del gruppo.

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 Nel Caucaso settentrionale. Le sette repubbliche del Caucaso settentrionale con una superficie di 117.900 kmq (poco pi di un terzo dell'Italia) ed una popolazione di circa 6 milioni di abitanti (di cui 1.600.000 russi) rappresentano per la Russia una regione di notevole valore strategico situate come sono in un'area vicinissima alla Turchia e all'Iran, ai confini con le ex repubbliche dell'URSS, Georgia e Azerbaigjan, e ai giacimenti petroliferi del mar Caspio. La regione  attraversata inoltre dalle pipeline che portano il petrolio del  Caspio fino al porto russo di Novorossijsk sul mar Nero.
 Le crisi che serpeggiano in questa regione, le spinte alla separazione che hanno avuto nelle operazioni militari di Mosca contro la Cecenia un esempio drammatico, testimoniano l'insofferenza di popolazioni nella loro maggioranza musulmane, condannate per secoli alla colonizzazione iniziata sotto il regime zarista e proseguita nel periodo sovietico con i continui spostamenti dei confini amministrativi e con la deportazione - decisa da Stalin durante il secondo conflitto mondiale - di oltre 600 mila persone nell'Asia centrale con l'accusa di collaborazionismo.
 L'importanza economica delle Republiche del Caucaso settentrionale, dovuta
in particolare ai giacimenti petroliferi e di gas (dislocati nella Cecenia e nel Daghestan e, dopo le recenti scoperte, nell'Ossetia del Nord)  per oggi relativa per il calo che si  avuto nella produzione sia del petrolio che del gas (solo lo 0,9% del grezzo e lo 0,2% del metano della Federazione vengono oggi prodottiqui).
 Le sette repubbliche dell'area aderiscono alla Confederazione delle popolazioni del Caucaso, un'organizzazione pan-nazionalistica che si occupa dei problemi territoriali e internazionali di questa regione.
 La Repubblica pi settentrionale della regione  l'Adigeja (7.600 kmq, 448.500 abitanti: 22,1% adigei, 68% russi, 3,2% ucraini, 2,4% armeni. Capitale  Majkop).
Possiede qualche giacimento di gas e di petrolio ora inattivi. Poco sviluppato anche il settore agricolo nonostante la fertilit del suolo.
 Pi a sud si trova la repubblica, povera di risorse anche se l'allevamento appare assai sviluppato, Karacaevo-Cerkessja (14.000 kmq, 431.500 abitanti: 31,2% karacai di origine turco-tatara, 9,7% cerkessi di orgine caucasica, 42,4% russi. Capitale Tcerkesk). Un conflitto politico-istituzionale tra russi e karacai ha impedito di mettere ai voti la nuova Costituzione che dovrebbe sancire i diritti delle due minoranze. Ai suoi confini si trova la Repubblica Kabardino-Balkarja (12.500 kmq, 780.000 abitanti: 48,2% kabardini, 9,4% balkari, 32% russi. Capitale Naltcik), che nel 1991 ha proclamato la sua sovranit all'interno della Federazione per cui sono in corso (1995) trattative con Mosca per ottenere un trattato bilaterale sul modello di quello del Tatarstan. La Repubblica  Kabardino-Balkarja  ricca di giacimenti di tungsteno ( il primo produttore della Federazione) e di molibdeno che alimentano una industria metallurgica non ferrosa abbastanza sviluppata.
 Segue l'Ossetia del Nord (8000 kmq, 634.000 abitanti: 53% osseti, 29,1% russi, 9% ingusci. Capitale Vladikavkaz). Gli osseti nel 1944 avevano occupato parte del territorio degli ingusci confinati da Stalin in Asia centrale e gli ingusci ora ne chiedono la restituzione, mentre gli osseti che vivono nella Ossetia del Sud (che appartiene alla Georgia) vorrebbero riunirsi a quelli del Nord. Oltre alle recenti scoperte di giacimenti di petrolio valutati in 35 milioni di t,  l'Ossetia ha estesi giacimenti di dolomite (il 93% del consumo della Federazione).
 La confinante Inguscetija dopo la separazione nel 1991 dalla Cecenia e il conflitto con l'Ossetia del Nord vive in uno stato di grande precariet. Repubblica (163.000 abitanti) tra le pi povere della Federazione, non ha ancora confini ben definiti. Le migliaia di profughi causati dal conflitto con l'Ossetia hanno peggiorato il gi basso livello di vita della popolazione. Mosca per evitare l'aggravarsi dei conflitti interetnici ha creato nella capitale (provvisoria) Nazran una sorta di paradiso fiscale per imprese russe e straniere.

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 La Cecenia (17.500 kmq, 1,2 (O 1,5) milioni di abitanti: 60% ceceni, 30% russi. Capitale Groznyj)  l'unica repubblica che, con l'arrivo al potere del generale Dzochar Dudaev ha proclamato nel 1991 unilateralmente l'indipendenza dalla Federazione provocando la reazione di Mosca. Dopo aver a lungo tergiversato, il potere centrale nel dicembre 1994 ha inviato a Groznyj, sottoposta a bombardamenti aerei, truppe corazzate che hanno incontrato la dura resistenza dei ceceni. La guerra ha provocato finora oltre 25 mila morti e distrutto l'economia di una Repubblica che aveva una delle pi importanti industrie petrolchimiche e della raffinazione del petrolio della regione.

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Ai confini meridionali della Cecenia si trova il Daghestan, la pi estesa (50.300 kmq) delle repubbliche caucasiche. La popolazione (1.952.000 abitanti)  composta da 30 etnie al cui interno sono divampati gravi conflitti interetnici come quello tra i kumiki e i lazki o quello che ha a protagonisti i lezghini che vorrebbero creare una loro Repubblica indipendente unendosi agli azeri del confinante Azerbaigian. I russi sono il 7% della popolazione. La produzione petrolifera  oggi in forte calo (lo 0,1% della produzione della Federazione) e in crisi  anche l'industria meccanica un tempo legata a quella degli armamenti.

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 Nella stessa regione ma pi spostata a Est, in una zona di steppe e pianure, si trova la Kalmyhja (ora Kalmy/uja-Kal'mg Tanc), (75.900 kmq, 322.000 abitanti: 45,4% kalmyki di origine mongola e di religione buddista, 37,7% russi, 4% darguini. Capitale Elista) governata da un giovane imprenditore miliardario, Kirsan Ilumjinov, eletto Presidente nel 1993 sulla base di promesse demagogiche con le quali garantiva un rapido benessere a tutta la popolazione, la privatizzazione della terra, I'elevazione del buddismo a religione di Stato ed altro ancora.
La nuova Costituzione aderisce perfettamente a quella della Federazione. Oggi l'unico settore non in crisi  quello dell'allevamento dei montoni merinos. Per tutto il resto la Kalmykija dipende totalmente da Mosca.

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Le quattro repubbliche asistiche. Nella Siberia meridionale, ai confini con la Mongolia, la Cina e il Kazakistan si trovano le quattro repubbliche asiatiche della Federazione (Buriatija, Tuva, Altaj e Chakasija). Sono abitate da popoli che solo dopo l'arrivo dei coloni russi hanno a poco a poco cessato di essere nomadi e che ancora oggi sono dediti prevalentemente alla pastorizia e all'allevamento. Tranne che a Tuva dove  nato un movimento nazionalista che chiede il distacco dalla Federazione, non vi sono qui conflitti con il centro.
 La pi estesa  la Burjatija (35 1 .300 kmq, 1.043.000 abitanti: 24% burjati, 70% russi, 2,2% ucraini. Capitale Ulan-Ude), alla quale appartiene la riva meridionale del lago Bajkal. Povera di risorse tranne che per il carbone (1'1,5% della produzione della Federazione) e per l'allevamento degli animali da pelliccia, la Burjatija ha buone vie di comunicazione (a sud la ferrovia Transiberiana e a nord la Bajkal-Amur).

 Completamente priva di vie di comunicazione terrestri  invece Tuva, territorio cinese fino al 1912 (170.500 kmq, 309.000 abitanti: 64,3% tuvini, 32% russi, 0,7% chakasi. Capitale Kyzyl-Orda). Nel 1993 manifestazioni armate antirusse hanno provocato una sostenuta emigrazione di russi dalla repubblica. Il Paese  povero. La sua maggiore risorsa  l'allevamento praticato da nomadi.

Ai confini con la Cina e il Kazakistan si trova la repubblica di Altaj (92.600 kmq, 197.500 abitanti: 31% kalmyki della montagna (cos chiamati per distinguerli dagli abitanti della Kalmykija), 60,4% russi, 5,7% kazaki. Capitale Gorno-Altajskij). Vero e proprio museo naturale, la repubblica possiede tutti i minerali conosciuti in piccola quantit tranne che per l'oro e il mercurio (di cui  l'unico produttore nella Federazione).

 La Repubblica pi piccola  la Chakasija (61.900 kmq, 582.000 abitanti: 11,1% chakasi, 79,5% russi, 2,3% ucraini. Capitale Abakan). Produce energia elettrica (il 2,2% di tutta la Federazione) grazie alla centrale idroelettrica sul corso superiore dello Jennisej ed ha anche un buono sviluppo industriale per la lavorazione di minerali come magnetite, alluminio, molibdeno, ecc.

I 6 territori autonomi.

 Altaj. Situato nella Siberia orientale, al confine con il Kazakistan, si estende per 261.700 kmq (comprende la repubblica autonoma di Altaj) ed ha una popolazione di circa 3 milioni di abitanti. Il centro amministrativo  Barnaul. L'Altaj  coperto per un terzo da foreste. La popolazione  dedita soprattutto all'allevamento ma vi sono anche industrie chimiche e petrolchimiche.
Kabarovsk. Si trova nell'estremo oriente siberiano, si affaccia sul mare di
Ohotsk e confina a sud con la Cina. Ha una superficie di 824.600 kmq e una popolazione di 4 milioni di abitanti. Vi si trovano industrie di macchinari da costruzione, metallurgiche, per la lavorazione del legno e un grande complesso petrolchimico. Sviluppati anche l'allevamento e la pesca. Il centro amministrativo e Kabarovsk.
Krasnodar. E situato nella Russia europea, tra il mare d'Azov e il mar Nero e ha una superficie di 83.600 kmq e 5 milioni di abitanti. Sviluppata sia l'agricoltura (grano, barbabietola da zucchero, tabacco, essenze naturali) che l'industria metallurgica, meccanica e petrolchimica. Importante il porto di Novorossijsk dove giungono le pipeline che portano il petrolio dal Caspio e dal Kazakistan. Il centro amministrativo  Krasnodar. Non ha accettato il decreto di El'cin sulla soppressione dei soviet territoriali.
Krasnojarsk. Situato nella Siberia centro orientale si affaccia sul mar Artico. Con i suoi 2.401.600 kmq, buona parte ricoperti dalla taig,  il pi esteso  dei Territori autonomi. Nella sua area si trovano la repubblica della Chakasija e i circondari autonomi dei Tajmyrskij e degli Evenkijskij. Ha 4 milioni di abitanti di cui 55.000 tajmyrskij e 25.000 evenkijskij. Ha giacimenti d'oro, industrie meccaniche e metallurgiche, coltiva grano, lino e canapa. Il centro amministrativo  Krasnojarsk.
Primor'e, o Territorio marittimo, situato nell'estremo Sud-est della Federazione sul mare del Giappone, ai confini con la Cina. Si estende per 165 900 kmq e ha 2 milioni di abitanti. Nel 1993 si era autodichiarato repubblica autonoma non riconosciuta da Mosca. Ha industrie di metallurgia non ferrosa, del legno e chimiche. Sviluppato l'allevamento del bestiame. Il centro amministrativo  Vladivostok, grande porto commerciale sul Pacifico e capolinea della Transibenana.
 Stavropol. Situato nel Caucaso centrale, ha una superficie di 80.600 kmq e una popolazione di circa 3 milioni di abitanti. Regione agricola (vi si coltiva grano barbabietola da zucchero, ortaggi e uva). Ha giacimenti di petrolio, di gas naturale e di carbone. Il centro amministrativo  la citta di Stavropol fondata dai russi nel 1777.

Le 49 regioni autonome.

 Amur. Situata nel Sud-est al confine con la Cina, occupa un'area di 363.700 kmq con una popolazione di poco pi di un milione di abitanti. Nel 1993 si era autoproclamata repubblica autonoma, ma non venne riconosciuta come tale dal potere centrale. Ha industrie legate ai giacimenti di ferro,  elettrotecniche e del legno. Il centro amministrativo  Balgovescensk.

 Archangelsk. Si trova nella parte settentrionale della Russia europea e si affaccia sul mare di Barents e di Kara. Il suo territorio (587.400 kmq) comprende il circondario autonomo dei Neneckij. Ha una popolazione di 1.570.000 abitanti di cui 55.000 neneckij. Ha una industria legata ai prodotti dell'allevamento, della caccia e del legno. Il centro amministrativo  Archangelsk, uno dei maggiori porti commerciali della Russia.

 Astrachan. Antico kanato conquistato dai russi nel 1556, si trova ad est del Caucaso sul mar Caspio. Ha una superficie di 44.100 kmq e una popolazione di 998.000 abitanti. In campo agricolo produce grano e ortaggi. Ha industrie  leggere, alimentari, del legno, e della carta, chimiche e petrolchimiche. Il  centro amministrativo  Astrachan sul delta del Volga, dove si pratica la pesca dello storione e si lavora il caviale.

Belgorod. E situata a Sud-ovest, ai confini con l'Ucraina su un'area di 27.100 kmq e ha 1.381.000 abitanti. L'agricoltura e l'allevamento sono assai sviluppati. Vi sono industrie di materiali da costruzione e per la lavorazione dei  metalli. Il centro ammmistratlvo  Belgorod.

 Brjansk. Situata ai confini con l'Ucraina e la Bielorussia la regione ha un territorio che si estende per 34.900 kmq e una popolazione di 1.474.000 abitanti.  Vi si trovano industrie per la lavorazione del legno e di prodotti alimentari.  Il centro amministrativo  Brjansk.

Celjabinsk. Si trova nella parte asiatica della Russia, negli Urali meridionali, ai confini con il Kazakistan. Ha una superficie di 87.900 kmq e una popolazione di 1.626.000 abitanti. Produce grano e ortaggi. Vi si trovano le maggiori  industrie siderurgiche il cui centro  la citt di Magnitogorsk. Il centro amministrativo  Celjabinsk.

 Cita. E situata nell'area Sud-orientale ai confini con la Mongolia e la Cina. Nel suo territorio (431.500 kmq) si trova il circondario autonomo degli Aginskij-Burjatskij. Gli abitanti sono 1.378.000 di cui 77.000 Aginskij-Burjatskij.  Assai sviluppata  l'industria pesante per la presenza di grossi complessi  metallurgici.
La capitale amministrativa  Cita fondata dai cosacchi a met del diciassettesimo secolo.

 Ivanovo. Dislocata nella parte centrale della Russia europea la Regione ha
una superficie di 23.900 kmq e una popolazione di 1.300.000 abitanti. Assai sviluppata l'agricoltura e l'industria leggera. Il centro amministrativo  Ivanovo.

 Irkutsk. Situata nella Siberia Sud-orientale la Regione comprende il circondario autonomo degli Ust'Ordinskij-Burjatskij, ha una superficie totale di 767.900 kmq e una popolazione di 2.830.000 abitanti (di cui 137.000 Ust'Ordinskij-Burjatskij). Nel suo territorio si trova la grande centrale di Bratsk sul fiume Angar e il lago Bajkal lungo la cui sponda meridionale transita la Transiberiana. Nel settore agricolo hanno un buono sviluppo la pesca, la caccia e l'allevamento. Ben presente  anche l'industria petrolchimica, chimica e della lavorazione del legno. La capitale amministrativa  Irkutsk.

 Jaroslav. Situata nella parte centrale della Russia europea, ha una superficie di 36.400 kmq e una popolazione di 1.471.000 abitanti. Assai sviluppato  l'allevamento del bestiame. Il settore agricolo produce grano, lino e vegetali. Vi sono industrie chimiche, delle costruzioni, del legno e manifatturiere. Ha giacimenti di ferro. Il centro amministrativo  Jaroslav, porto fluviale sul Volga.

 Kaliningrad . Ex Koenigsberg annessa all'uRss nel 1945 dopo la seconda guerra mondiale,  oggi una enclave tra la Lituania, la Bielorussia e la Russia. Ha una superficie di 15.100 kmq e una popolazione di 821.00 abitanti. E uno dei centri  maggiori per la produzione di ambra.

 Kaluga. Si trova nella parte occidentale della Russia europea, ha una superficie di 29.900 kmq e una popolazione di 1.067.000 abitanti. Presenti industrie di materiali da costruzione e del legno. Nell'agricoltura prevale l'allevamento. Il centro amministrativo  Kaluga.

 Kamcatka. Occupa due terzi della penisola omonima situata nell'estremo
oriente della Russia. Sul suo territorio (472.300 kmq) si trova il circondario autonomo dei Korjakskij. Ha una popolazione di 466.000 abitanti di cui 39.000 Korjakskij. Ha giacimenti di carbone. Sviluppata la pesca e l'allevamento. Il centro amministrativo  Petropavlovsk.

 Kemerovo. Situata nella Siberia centro-occidentale, ha una superficie di 95.500 kmq e una popolazione di 3.175.000 abitanti. Possiede giacimenti di carbone e di minerali ferrosi. Il centro amministrativo  Kemerovo.
di 120.800 kmq e una popolazione di 1.600.000 abitanti. La Regione  agricola-industriale. Il centro amministrativo  Kirov.

 Kostroma. Si trova nella parte occidentale della Russia europea, ha una superficie di 61.100 kmq e una popolazione di 809.000 abitanti. Zona agricola con industrie alimentari e artigianato. Il centro amministrativo  Kostroma.

 Kurgan. E situata nella parte Sud-occidentale della Siberia al confine con il Kazakistan. Ha una superficie di 71.000 kmq e una popolazione di 1.105.000  abitanti. Zona agricola con industrie manifatturiere. Il centro  amministrativo  Kurgan.

 Kursk. E collocata al confine con l'Ucraina, nella zona sud-occidentale della Russia, ha una superficie di 29.800 kmq e una popolazione di 1.320.000  abitanti. Zona industriale con giacimenti di minerali ferrosi. Il centro amministrativo  Kursk.

 Leningrad. Si affaccia sul Golfo di Finlandia, nella parte nord-occidentale della Russia. Ha una superficie di 85.900 kmq e una popolazione di 2.147.000 esclusa la popolazione della capitale amministrativa Sankt Peterburg, considerata citt di importanza federale e che a differenza della regione ha ripreso l'antico nome. Zona agricola e industriale ha giacimenti di bauxite, torba e ardesia.

 Lipetsk. Situata nella parte oecidentale della Russia europea, ha una superficie di 24.100 kmq e una popolazione di 1.231.000 abitanti. Zona agricola e industriale. Il centro amministrativo  Lipetsk.

 Magadan. Si affaeeia sul mare di Ohotsk nell'estremo oriente della Russia e il suo territorio (1.199.100 kmq) eomprende il circondario autonomo dei Cukotskij. Ha una popolazione di 543.000 abitanti di cui 156.000 Cukotskij. Zona agricola con industrie legate alla caccia e alla pesca. Durante il periodo staliniano  stata luogo di deportazione. Il centro amministrativo  Magadan.

 Mosca. Situata nella parte oeeidentale della Russia europea, ha una superfieie di 47.000 kmq e una popolazione di 6.686.000 abitanti (eclusa la citt di Mosca). Il settore agricolo produce grano e vegetali. Presenti industrie mecceaniche, elettriche, chimiche ed altre. Il centro amministrativo  Mosca.

 Murmansk. Occupa la penisola di Kola che si affaeeia sul mare di Barents e
confina a ovest eon la Finlandia. Ha una superficie di 144.900 kmq e una popolazione di 1.146.000 abitanti. Sviluppata la pesca e le industrie metallurgiche che causano nell'area un alto inquinamento. Il centro amministrativo  Mur-mansk situata oltre il circolo polare artico.

 Niznij-Novgorod. Si trova nella parte centrale della Russia europea, a est degli Urali. Ha una superficie di 74.800 kmq e una popolazione di 3.713.000 abitanti. Assai sviluppata sia l'agricoltura che l'mdustria. E una delle poche regioni dove l'eeonomia non  in crisi. Il suo eentro amministrativo  Nlznij Novgorod (ex Gorkij), antica citt fondata nel 1200.

 Novgorod . Situata a Sud-ovest della Russia europea ha una superficie di 55.300 kmq e una popolazione di 753.000 abitanti. Sviluppata la coltivazione del lino. Ha industrie manifatturiere e del legno. Il centro amministrativo  Novgorod antica capitale della Repubblica di Novgorod distrutta nel 1478 dallo zar Ivan terzo.

Novosibirsk. Situata al confine eon il Kazakistan nella Siberia sud-occidentale ha una superficie di 178.000 kmq e una popolazione di 2.780.000 abitanti. Possiede giacimenti di petrolio, gas, carbone e torba. Il centro amministrativo  Novosibirsk, non lontano da questa citt sorge Akademogorsk, la citt della scienza sorta alla fine degli anni Cinquanta come centro di ricerca scientifica.

Ornsk. Si trova nella Siberia sud-occidentale ai confini con il Kazakistan, ha una superficie di 139.700 kmq e una popolazione di 2.140.000 abitanti. Assai sviluppatl sia l'agricoltura e l'allevamento che l'industria chimica e petrolchimica. Il centro amministrativo  Omsk.

 OrieL Situata nella parte oeeidentale della Russia europea, ha una superficie di 24.700 kmq e una popolazione di 891.000 abitanti. Zona prevalentemente agricola ha una industria legata alla trasformazione dei prodotti agricoli oltre che chimica e metallurgica Il centro amministrativo  Oriel.

 Orenburg. Situata ai eonfini con il Kazakistan ai piedi degli Urali meridionali ha una superficie di 124.000 kmq e una popolazione di 2.174.000 abitanti. Ha industrie tessili e del pellame. Possiede giacimenti di petrolio, gas,  ferro. Il centro ammimstratlvo  Orenburg.

 Penza. Si trova a sud-ovest della Russia europea, ha una superficie di 43.200 kmq e una popolazione di 1.500.000 abitanti. Sviluppati l'allevamento e l'industria alimentare. Ha inoltre industrie aeronautiche, chimiche e tessili. Il centro amministrativo  Penza.

 Perm. Situata sul versante orientale degli Urali comprende nel suo territorio (160.600 kmq) il circondario autonomo dei Komi-Permjackij. Ha una popolazione di 3.100.000 abitanti di cui 160.000 Komi-Permjaekij. Possiede rame, petrolio, gas naturale, earbone, potassio. Ha industrie petrolchimiehe, elettrotecniche, metallurgiche. Il centro amministrativo  Perm, citt chiusa finop al 1991 e tristemente nota come gulag per prigionieri politici.

 Pskov. Si trova ai confini con l'Estonia e la Lettonia nella parte nord-occidentale della Russia europea, ha una superficie di 55.300 kmq e una popolazione di 847.000 abitanti. La zona  prevalentemente agricola. Il centro  ammmlstrativo  Pskov, antica citt sede di monumenti e chiese del  decimo e dodicesimo seeolo.

 Rjazan. Si trova nella parte occidentale della Russia europea, ha una superficie di 39.600 kmq e una popolazione di 1.360.000 abitanti. Oltre a vaste aree agricole vi sono industrie meccaniche, del legno, di materiali da costruzione. Possiede giacimenti di carbone e di torba. Il centro amministrativo  Rjazan, ricostruita dopo la distruzione ad opera dei tatari nel 1237.

 Rostov. Situata nell'area del Caucaso del Nord al confine con l'Ucraina, ha
una superficie di 100.980 kmq e una popolazione di 4.304.000 abitanti. Zona
prevalentemente agricola produce grano, girasole, cucurbitacee, vino. Ha industrie di materiali da costruzione, metallurgiche, meccaniche, del legno e della cellulosa. Il centro amministrativo  Rostov-sul-Don, antica citt che  conserva monumenti del dodicesimo e tredicesimo secolo.

 Sachalin. Occupa l'isola omonima sul mare di Ohotsk e comprende le isole
Kurili rivendicate dal Giappone. Ha una superficie di 87.100 kmq e una popo!azione di 709.000 abitanti. Sviluppata la pesca, l'allevamento di animali da pelliccia  e l'industria del pesce. Possiede petrolio, gas naturale, carbone. Il  centro amministrativo  Juzno Sachalinsk.

 Samara. Ex Kujbysev, si trova nella parte sud-occidentale della Russia europea, su un'ansa del Volga. Ha una superficie di 53.600 kmq e una popolazione di 3 266 600 abitanti. Possiede una delle pi grandi centrali idroelettriche. Produce grano, girasole e barbabietole da zucchero. Presente l'industria automobilistica (Togliattigrad), aeronautica, petrolchimica. Il centro amministrativo  Samara.

 Saratov. Situata al confine con il Kazakistan, a sud-ovest della Russia europea, ha una superficie di 100.200 kmq e una popolazione di 2.690.000 abitanti. Zona agricola e industriale con industrie delle costruzioni, chimiche e petrolchimiche. Possiede petrolio e gas naturale. Il centro amministrativo  Saratov, porto fluviale sul Volga fondato nel 1590.

 Smolensk. Situata al confine con la Bielorussia ad ovest della Russia europea, ha una superficie di 49.800 kmq e una popolazione di 1.158.000 abitanti. Presenti industrie tessili, del legno, chimiche, della ceramica. Vi si trovano giacimenti di carbone e di torba. Il centro amministrativo  Smolensk.

 Sverdlovsk Si trova ad ovest degli Urali, ha una superficie di 194.800 kmq e una popolazione di 4.721.000 abitanti. Nell'ottobre del 1993 ha modificato il suo status in Repubblica degli Urali. Come tale non  stata riconosciuta per dal potere centrale. Ha giacimenti di carbone, bauxite, ferro e rame. Il centro amministrativo  Ekaterinburg (ex Sverdlovsk), fondata come fortezza nel 1721.

 Tambov. Situata nella parte occidentale della Russia europea, ha una superficie di 34.200 kmq e una popolazione di 1.320.000 abitanti. Zona prevalentemente agricola con un allevamento assai sviluppato. Il centro amministrativo  Tambov.

 Tjumen. Situata in una vasta area che va dalla pianura siberiana sud-occidentale fino al mar Bianco, comprende i circondari autonomi dei Chanti-Mansijskij e quello degli Jamalo-Neneckij. Ha una superficie totale di 1.435.200 kmq e una popolazione di 3.083.000 abitanti, di cui 1.301.000 Chanti-Mansijskij e 495.000 Jamalo-Neneckij. Possiede giacimenti di petrolio e di gas naturale, ha industrie legate all'agricoltura e alla produzione del legno, chimico-farmaceutiche e petrolchimiche. Il centro amministrativo  Tjumen.

 Tomsk. Si trova a Sud-ovest della Siberia orientale, ha una superficie di 316.900 kmq e una popolazione di 1.000.000 di abitanti. Zona agricola e industriale con industrie elettrotecniche, meccaniche, petrolchimiche e del legno. Il centro amminstrativo  Tomsk.

 Tula. Situata nella parte occidentale della Russia europea, ha una superficie di 25.700 kmq e una popolazione di 1.868.000 abitanti. L'agricoltura produce grano e barbabietole da zucchero, assai sviluppato l'allevamento. Ha giacimenti di carbone. Il centro amministrativo  Tula.

 Tver. Ex Kalinin,  situata nella parte occidentale della Russia europea, si estende su di un territorio di 84.100 kmq e ha una popolazione di 1.670.000 abitanti. Zona agricola con un buono sviluppo dell'industria leggera, chimica, alimentare. Possiede impianti idroelettrici e giacimenti di carbone. Il centro amministrativo  Tver.

 Ul'janovsk. ex Simbirsk, ribattezzata in onore di Lenin (Vladimir Ul'janov). Si trova nella zona occidentale della Russia europea, ha una superficie di 37.300 kmq e 1.400.000 abitanti. Assai estese le coltivazioni di grano, girasole e barbabietola da zucchero e le aree destinate all'allevamento. Vi sono industrie manifatturiere. Il centro amministrativo  Ul'janovsk, antica citt fondata nel 1648.

 Vladimir. Situata nella parte centrale della Russia europea, ha una superficie di 29.000 kmq e una popolazione di 1.654.000 abitanti. La zona  agricola ma  presente l'industria manifatturiera, del vetro e l'artigianato. Il centro amministrativo  Vladimir, una delle pi antiche citt-fortezza della Russia fondata nel 1108, con antiche chiese affrescate del dodicesimo secolo.

 Volgograd. Si trova a sud-est della Russia europea al confine con il Kazakistan ha una superficie di 113.900 kmq e una popolazione di 2.593.000 abitanti. La sua centrale idroelettrica sul Volga  una delle pi grandi. L'agricoltura assai sviluppata produce grano, girasole, cucurbitacee, vegetali, patate. Buoni anche l'allevamento e la produzione di carne e latte. Presenti industrie petrolchimiche, chimiche, metallurgiche e del legno. Vi si trovano giacimenti di petrolio, di gas naturale e sali minerali. Il centro amministrativo  Volgograd, ex Stalingrado.

 Vologda. Nel 1993 si  autoproclamata repubblica senza essere per ricono-
sciuta come tale da Mosca. Situata a nord-ovest della Russia europea, ha una
superficie di 145.700 kmq e una popolazione di 1.353.000 abitanti. Nell'agricoltura predomina la coltivazione di grano, lino e vegetali ma  assai sviluppato anche l'allevamento. Ha industrie metallurgiche, di materiali da costruzione del legno, manifatturiere e casearie. Il centro amministrativo  Valogda.


 Voronez. Situata nella parte sud-occidentale della Russia europea ai confini con l'Ucraina, ha una superficie di 54.400 kmq e una popolazione di 2.470.000 abitanti. Zona industriale con aziende meccaniche, chimiche, per la lavorazione del metallo, del legno e della gomma sintetica. Sviluppati l'agricoltura e l'allevamento. Il centro amministrativo  Voronez.

Le due citt di importanza federale.

 Mosca. Capitale della Federazione, situata nella Russia europea sulle rive della Moscova. Venne fondata nel 1147. Ha una popolazione di 8.801.000 abitanti (9.000.000 col circondario) e una superficie di 900 kmq. Centro politico, economico e culturale di tutta la Russia. Capitale prima della Moscovia e  poi della Russia fino al 1713 quando Pietro il Grande la trasfer a Pietroburgo. E tornata capitale nel 1918.

Sankt Peterburg (ex Leningrado). Situata a Nord-ovest della Russia europea, sulle rive della Neva. Venne fondata dallo zar Pietro il Grande nel 1703 e dal 1713 al 1918 fu capitale dell'impero russo. Ha una popolazione di 4.468.000 abitanti (5.013.000 col circondario). E la seconda citt della Russia, importante centro culturale e artistico, ma anche industriale e commerciale. Nel 1914 ha cambiato il nome in Pietrogrado e nel 1924 in Leningrado.

La regione autonoma ebrea.

 La regione autonoma denominata Birobidzan venne creata nel 1928 per dare un territorio agli ebrei russi. L'iniziativa non sort per gli effetti sperati. E situata nella zona sud-orientale della Russia ai confini con la Cina. Ha una superficie di 36.000 kmq e 218.000 abitanti. Ha una economia legata all'agricoltura e all'allevamento. Vi si trovano alcune industrie manifatturiere e alimentari. Il centro amministrativo  Birobidzan.

110 circondari autonomi.

Prendono il nome dalla etnia maggiore che li abita. Tutti i circondari autonomi fanno anche parte di una regione. Secondo la Costituzione le relazioni tra queste due entit amministrative possono essere disciplinate dalla legge federale e da un accordo tra gli organi del potere statale del circondario autonomo e i corrispondenti organi del territorio o della regione (art. 66,- 4).
 Aginskij-Burjatskij. Si trova nella regione autonoma di Cita, ha una superficie di 19 kmq e una popolazione di 77.000 abitanti. L'area  a produzione agricola ma vi sono anche alcune miniere di ferro. Il centro amministrativo   Aga.

 Chantij-Mansijskij. E situata nella regione autonoma di Tjumen. Ha una su-
perficie di 523.100 kmq e una popolazione di 1.301.000 abitanti. Le principali attivit sono l'allevamento delle renne e di animali da pelliccia e la pesca. Vi sono alcune industrie legate alla lavorazione delle pelli. Possiede  giacimenti di petrolio e di gas naturale. Il centro amministrativo  Chantij-Mansijski.

 Cukotskij. E compreso nel territorio della regione autonoma di Magadan. Ha
una superficie di 737.700 kmq e una popolazione di 156.000 abitanti. Le attivit maggiori sono la pesca e l'allevamento. Il centro amministrativo  Anadyr.

 Evenkijskij. Fa parte del territorio autonomo di Krasnojarsk. Ha una superficie di 767.600 kmq e una popolazione di 25.000 abitanti. Vi  praticata la pesca, la caccia, l'allevamento di renne e di animali da pelliccia. Ha giacimenti di grafite. Il centro amministrativo  Tura.

 Komi-Permjackij. Fa parte della regione autonoma di Perm. Ha una superficie
di 32.900 kmq e una popolazione di 160.000 abitanti. Ha una economia preva-
lentemente agricola. Il centro amministrativo  Kudjmkar.

 Korjakskij. Fa parte della regione autonoma della Kamcatka. Ha una superfi-
cie di 301.500 kmq e una popolazione di 39.000 abitanti. Praticati l'allevamento di renne e di animali da pelliccia, la pesca e la caccia. Ha giacimenti di carbone. Il centro amministrativo  Palana.

 Jamalo-Neneckij. Fa parte della regione autonoma di Tjumen. Ha una superfi-
cie di 750.300 kmq e una popolazione di 495.000 abitanti. Assai diffuso l'allevamento di renne e di animali da pelliccia. Possiede giacimenti di petrolio e gas naturale. Il centro amministrativo  Salekard.

 Neneckij. Fa parte della regione autonoma di Archangelsk. Nel marzo del 1993 si  autoproclamata Repubblica dei Neneckij. Ha una superficie di 176.700 kmq e una popolazione di 55.000 abitanti. La sua economia  legata soprattutto all'agricoltura, alla pesca, all'allevamento di renne e di animali da pelliccia. Il centro amministrativo  Narjan-Mar.

 Tajmyrskij (Dolgano-Neneckij). Fa parte del territorio di Krasnojarsk, occupa la penisola di Tajmir nell'estremo Nord oltre il circolo polare artico. Ha una superficie di 862.100 kmq e 56.000 abitanti. Assai praticato l'allevamento, la pesca e la caccia. Ha giacimenti di ferro. Il centro amministrativo  Dudinka.

 Ust'-Ordinskij Burjatskij. E compreso nella regione autonoma di Irtkusk. Ha una superficie di 22.400 kmq e una popolazione di 137.000 abitanti. Zona agricola, con alcune industrie legate all'estrazione del carbone e del gesso. Il centro amministrativo  Ust'-Ordinski.

Fonti:

 Archivio personale sui paesi dell'ex URSS. E inoltre: Eastem Europe and the
Commonwealth of Indipendent States, London, Europa Publications Limited
1994; Keesing's Record of World Events, New York, Longman, anni vari; INTER
FAX (Independent News Agency) in lingua russa, Mosca, numeri vari, Istorices-
kij Bulletin, Mosca, anni vari, Le Courier des pays de l 'Est, Paris, La Documenta-
tion Francaise, n. 393, ottobre 1994; Nezavisimaja Gazeta, Mosca- Notes et tu-
des documentaires La Documentation Franc,aise, n. 5000,1994, Politique Etran-
gre, n. 2,1994; Siavia, n. 1, gennaio-marzo 1994 (contiene il testo della nuova
Costituzione), The International Institute for strategic Studies, The Military Ba-
lance, London, IISS, 1994; World Development Report, <~Infrastructure for Deve-
lopment, World Bank, 1994.

Cronologia.

1991.12 giugno. Boris El'cin viene eletto col 60% dei voti Presidente della Repubblica socialista federativa russa (RSFR).
18-19-20 agosto. Colpo di Stato contro Gorbacev trattenuto in residenza for-
zata in Crimea. El'cin risponde ai golpisti convocando il Soviet della Repubblica russa, invitando i lavoratori a scendere in sciopero e la popolazione di Mosca a raggiungere la Casa Bianca, sede del Parlamento.
  21 agosto. Il colpo di Stato fallisce e nella notte Gorbacev torna a Mosca.
8 dicembre. I Presidenti della Russia, dell'Ucraina e della Bielorussia riuniti a Minsk proclamano la fine dell'uRss e la nascita della Comunit degli Stati indipendenti (CSI).
25 dicembre. Gorbacev lascia il Kremlino mentre la bandiera russa sostitui-
sce quella sovietica.
1992.12 gennaio. Con la riforma del sistema dei prezzi viene awiata la riforma  economica.
31 marzo. 18 Repubbliche della Federazione russa (su 21) firmano il Trattato
federale.
2 aprile. Per ridurre le pressioni dell'opposizione El'cin allontana Gajdar dal ministero delle Finanze e Burbulis dall'incarico di primo vice Premier.
6 aprile. Si apre il conflitto sulla riforma economica fra il Presidente e il Parlamento.
  15 giugno. Gajdar viene nominato Primo ministro.
16-17 giugno. El'cin firma a Washington l'accordo sulla riduzione di due terzi delle armi strategiche.
8 luglio. Elc'in ottiene a Monaco dal G-7 (che respinge per la candidatura
della Russia) I'assicurazione che gli aiuti promessi di 24 miliardi di dollari saranno stanziati alla condizione che il programma di riforme economiche sia realizzato.
15 ottobre. Nasce il Consiglio dei Presidenti delle Repubbliche della Federazione.
2 novembre. In seguito ai disordini intervenuti fra l'Ossetia del Nord e l'Inguscetija viene proclamato nelle due Repubbliche lo stato d'emergenza.
1993.12 gennaio. George Bush e Boris El'cin firmano a Mosca il Trattato sTART-2.
  10-13 marzo. Il Congresso dei deputati del popolo rifiuta di prolungare i poteri eccezionali del Presidente e di dare il via al referendum sulla fiducia al  Parlamento e al Presidente.
20 marzo. El'cin introduce per decreto l'amministrazione diretta e conferma
il referendum.
14-15 aprile. Il G-7 riunito a Tok,vo si esprime a sostegno di El'cin e annuncia un piano di aiuti multilaterali alla Russia per un totale di 43,4 miliardi di dollari.
25 aprile. Il referendum conferma la fiducia degli elettori a El'cin (col 58,7%dei voti) e approva la politica sociale del governo (col 53% dei voti).

9 luglio. Il Parlamento russo afferma che il porto di Sebastopoli (Crimea
Ucraina) deve appartenere alla Russia.
21 settembre. El'cin scioglie il Parlamento e fissa per 1'11 e il 12 dicembre il voto per la nuova Costituzione e per eleggere la Duma. Il Parlamento reagisce dimettendo dal suo incarico El'cin, eleggendo al suo posto il vice Presidente Ruckoj e invitando i deputati a difendere la Casa Bianca.
29 settembre. Il governo chiede che sia posta fine all'occupazione definita illegittima della sede del Parlamento.
3 ottobre. Rispondendo ad un appello di Ruckoj e del Presidente del Parla-
mento Chasbulatov attivisti del Fronte della salvezza nazionale tentano di assaltare il municipio di Mosca e la sede della TV centrale. El'cin proclama lo stato d'emergenza.
4 ottobre. Con un sanguinoso assalto delle truppe fedeli ad El'cin alla Casa Bianca e la resa di Ruckoj e di Chasbulatov ha termine la battaglia di Mosca.
12 dicembre. Le elezioni politiche si concludono con la sconfitta dei partiti del centro democratico e dei riformatori e col successo del Partito liberal-democratico del nazionalista Zirinovskij e del Partito comunista russo di Zuganov. Il progetto della nuova Costituzione viene approvato con un leggero margine di voti.
1994.12-14 gennaio. El'cin, Clinton e il Presidente ucraiano Kravcuk firmano a   Mosca accordi per lo smantellamento dell'arsenale nucleare collocato in
  Ucraina.
20 gennaio. Dopo le dimissioni dal governo dei ministri Gajdar, Panfilova e
Fedorov, El'cin forma un nuovo gabinetto presieduto da Cernomyrdin e com-
posto prevalentemente da conservatori.
23 febbraio. La Duma vota l'amnistia per i responsabili del colpo di Stato
dell'agosto 1991 e degli avvenimenti dell'ottobre 1993.
 27 maggio. Dopo 20 anni di esilio torna in patria lo scrittore A. Solzenicyn.
8-10 luglio. La Russia partecipa per la prima volta a Napoli, limitatamente
per alla parte politica, al vertice del G-7.
8 agosto. Crisi fra il governo centrale e la Cecenia, il cui Presidente, Dudaev dichiara di essere pronto a lasciare il potere se la Russia e la comunit internazionale riconosceranno il diritto della Repubblica all'indipendenza.
10 settembre-21 ottobre. Nella Cecenia si combatte fra le forze fedeli al Presidente secessionista Dudaev e quelle dell'opposizione sostenute dalla minoranza russa.
26 settembre. El'cin parlando all'Assemblea generale dell'oNu propone un
nuovo accordo per il disarmo e la sicurezza strategica basato sulla riduzione dei missili a testata atomica, il blocco degli esperimenti e la proibizione del riciclaggio di materiale nucleare estratto dalle vecchie armi.
29 novembre. El'cin concede 48 ore di tempo alle forze che si contrappongono in Cecenia per la cessazione del fuoco.
11 dicembre. Le truppe russe entrano in Cecenia la cui capitale Grosnyj viene sottoposta a bombardamenti.
12 dicembre. Forti proteste a Mosca contro la guerra in Cecenia. Gajdar afferma che il Caucaso sar la tomba della democrazia russa.
17 dicembre. Incomincia l'offensiva russa contro Grosnyj sulla quale conti-
nuano i bombardamenti aerei.
1995. 2 gennaio. A Grosnyj si combatte davanti alla sede del Parlamento. A
  Mosca gli esponenti della opposizione centrista parlano di tragica disfatta.
  5 gennaio. Valentin Kovalev, deputato comunista viene nominato ministro
  della Giustizia.
11 gennaio. El'cin esautora, sottraendogli la direzione dello Stato maggiore
delle forze armate, il ministro della Difesa Pavel Gracev.
8 febbraio. 500.000 minatori sono in sciopero in 212 miniere per chiedere il
pagamento dei salari arretrati.
10 febbraio. Il xvvertice della cslriunito ad Alma Ata respinge la proposta di Mosca per la difesa comune delle frontiere dell'ex URSS.
11 marzo. Il direttore della TV di Ostankino, Vladislav Listev, viene UCCISO
dalla mafia. El'cin licenzia il capo della polizia e il procuratore della capitale per inettitudine.
9-10 maggio. Vertice El'cin-Clinton a Mosca in occasione dei festeggiamenti
per il cinquantesimo anniversario della vittoria sul nazismo.


FINE.


